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sabato 31 maggio 2014

E.T. l'extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial) - Steven Spielberg




     
E.T. l'extra-terrestre  
Titolo originale - E.T. the Extra-Terrestrial
Lingua originale - Inglese
Paese di produzione - Stati Uniti d'America
Genere fantascienza
Regia - Steven Spielberg
Soggetto - Steven Spielberg
Sceneggiatura - Melissa Mathison
Produttore - Steven Spielberg, Kathleen Kennedy, Melissa Mathison
Casa di produzione - Amblin Entertainment, Universal Pictures
Distribuzione (Italia) - Universal Pictures
Fotografia - Allen Daviau
Montaggio - Carol Littleton
Effetti speciali - Dennis Muren, Carlo Rambaldi
Musiche - John Williams
Tema musicale - Escape/Chase/Saying Goodbye
Scenografia - James D. Bissell
Costumi - Deborah Lynn Scott
Trucco - Lola McNalley, Robert Sidell
Anno 1982
Durata 115 minuti
120 minuti (versione estesa del 2002)

Interpreti e personaggi

Henry Thomas: Elliott
Dee Wallace: Mary
Robert MacNaughton: Michael
Drew Barrymore: Gertie
Peter Coyote: Keys
Erika Eleniak: Compagna di classe
C. Thomas Howell: Tyler
Sean Frye: Steve
K.C. Martel: Greg
Richard Swingler: insegnante di scienze

Doppiatori originali

Pat Welsh: E.T.

Doppiatori italiani
Edizione originale

Elsa Camarda: E.T.
Giorgio Borghetti: Elliott
Patrizia Masi: Mary
Fabrizio Manfredi: Michael
Rossella Acerbo: Gertie
Dario Penne: Keys
Ridoppiaggio (2002)
Germana Dominici: E.T.
Gabriele Patriarca: Elliott
Roberta Greganti: Mary
Andrea Mete: Michael
Lilian Caputo: Gertie
Roberto Pedicini: Keys
Alessio Puccio: Steve
Stefano Benassi: insegnante di scienze





L'alieno con gli stivali, ovvero: It's only a paper moon


PREMESSA

Il successo di Lo squalo, il trionfo di Incontri ravvicinati e il delirio per I predatori dell'arca perduta avevano fatto di Spielberg "il" regista di Hollywood, il cocco del box-office. Ormai poteva fare ciò che voleva, e lo fece. Solo, Spielberg fu tanto furbo da non far coincidere i suoi desideri con il massimo (ed era davvero tanto) che Hollywood era disposta ad offrirgli, ma con il massimo che gli offriva la sua fantasia E.T l'extratene- stre (E.T.). 
Egli cioè non girò un film colossale, un blockbuster da decine e decine di miliardi, un superspettacolo di grandiosa produzione, eppure riuscì a fare una pellicola che dette a tutti I'impressione di essere una superimpresa produttiva: ancora una volta, ed anzi sempre di più, Spielberg aveva sviluppato la sua vecchia (e nuova) concezione di cinema come apparato concepito per il sogno e per lo stupore, per la fiaba e per la meraviglia, comprendendo bene che tutto ciò non era tanto questione di denaro quanto di inventività, fantasia, ardimento.




TRAMA

In un bosco americano un'astronave fortunosamente atterratavi riparte in gran fretta lasciando indietro uno dei suoi occupanti. Si tratta di un alieno dal corpo basso e rozzo, dalla resta schiacciata e dagli occhi grandi che, impaurito, vaga per il bosco sinché non arriva presso una casa ai suoi margini. Nel luogo vive una donna, Mary, con tre figli piccoli: Elliott il mediano, Michael il maggiore e Gertie la più piccola. Mary infatti è stara recentemenre abbandonara dal marito, risentendo molto di questo distacco.
L'alieno si nasconde nella legnaia accanto alla casa, ed è lì che Io scopre Elliott, il quale vi ha notato qualcosa di sospetto. Ma fra i due si instaura subito un rapporto strettissimo, che rimarrà privilegiato anche dopo che Michael e Gertie (ma non la madre) saranno informati della situazione. Il sodalizio fra l'alieno ed Elliott, anzi, è talmente stretto da diventare osmotico, da far sì che I'uno senta e subisca ciò che accade all'altro, battezzato E.T., l'extraterrestre. 
L'alieno fa capire ai ragazzi che intende costruire un congegno per entrare in contatto radio con I'astronave, e loro tentano di aiutarlo procurandogli ciò che gli serve alla bisogna.
Nel frattempo i ragazzi fanno di tutto perché la presenza di E.T. resti un segreto per gli adulti: memorabili le due scene in cui E.T. si lascia andare abbandonato fra i pupazzi nella stanza dei giochi dei ragazzi così da passare inosservato agli occhi di Mary, e quella in cui i ragazzi lo travestono da fantasma per Halloween, riuscendo in questo modo a portarlo per strada con loro.
Sorge però un pericoloso problema: E.T. mal s'adatta all'atmosfera della terra e presto si ammala, coinvolgendo anche il piccolo Elliott, che soffre con lui allo stesso modo. A far precipitare la siruazione giunge anche la scoperra che E.T. si trova nella zona: un gruppo di scienziati e tecnici giunge in loco e provvede a far isolare la casa di Elliott, tentando con sofisticate attrezzature di salvare la vita all'alieno, che per loro è evidentemente un ghiotto bottino. Il tentativo tuttavia è inutile, E.T. sembra ormai morto.
Ma quando Elliott comincia a dare segni di vita fra i due si instaura di nuovo il loro canale privilegiato di comunicazione, e miracolosamente E.T. torna in vita.
A quel punto i tre fratelli comprendono che I'unico modo per salvare davvero il loro compagno cosmico è farlo allontanare dalla casa e dall'équipe scientifica onde raggiungere nel bosco l'attrezzatura ormai approntata per riuscire a comunicare con I'astronave. Tutti i bambini del luogo danno loro una mano ed ha inizio una frenetica corsa sulle biciclette col prezioso carico, subito inseguito dalle auto della polizia. 
Quando ormai queste stanno per raggiungere i fuggitivi E.T. compie il miracolo permettendo a[le biciclette di levarsi in volo nella notte sfuggendo così agli inseguitori. 
E.T. si mette in comunicazione con la sua gente, e questa arriva prontamente, giusto in tempo per ripartire con lui dopo un commovente addio fra Elliott e I'alieno.





   
COMMENTO

Per esplicita dichiarazione di Spielberg E.T. non è un film di carattere superproduttivo: questo a dimostrare che la magia del cinema di fantasia non richiede necessariamente lo stanziamento di enormi capitali come invece si ritiene di norma inevitabile. Anzi, è proprio dove la fantasia dello spettatore è chiamata ad esercitarsi che il regista e la produzione possono permettersi una più oculata gestione delle risorse. Ed è anzi paradossale che ad un film di grande effetto come questo si possa applicare una delle leggi che hanno permesso la produzione di piccoli capolavori di serie B.
Ancora una volti Spielberg dimostra che il cinema è cinema al di là da qualsiasi altra considerazione che ne diversifica e condiziona la fattura.
E tuttavia, si tratta pur sempre di un cinema e non di un altro, di un prodotto certo non riducibile i una generica, vaga, indistinta idea dell'arte e della tecnica delle immagini in movimento.
E allora diciamolo subito e chiaramente: con E.T il regista concretizza una sua fondamentale componente culturale di carattere squisitamente biografico, le dà una forma, una storia, un significato. Con E.T. Spielberg realizza il cartone animato che da sempre ha sognato, la fiaba inverosimile che tutti, sempre, aspettiamo di vedere, la meraviglia fatta immagine in barba a ogni legge di verosimiglianza.
Quell'apologia del cartoon che avevamo letto in tanti suoi film precedenti solo in termini occasionali e parentetici - in Sugarland Express...., Incontri ravvicinati..., 1941: allarme a Hollywood - diventa qui prodotto, opera, discorso strutturato a tutti gli effetti.
Sin dalle sue primissime battute la pellicola si presenta in termini cartoonistici: quel bosco notturno della prima sequenza I'abbiamo riscontrato tante volte in Walt Disney, ne abbiamo visto le forme, le linee, sì, ma anche i modi e le tecniche di ripresa. 
Quei rami in primo piano e quel fogliame indistinto sullo sfondo mentre la macchina da presi lo percorre in senso orizzontale ci danno un senso di disegno e di incanto, non di verosimiglianza. 
Quelle dissolvenze incrociate su alberi e fogliame alla fine delle quali scopriamo - con tanto di coniglio a orecchie tese - l'astronave illuminata e fumante rimanda indiscutibilmente all'inizio di Bambi. 
Ed ancor più del film del 1942 E.T ci proietta immediatamente in un'atmosfera fiabesca, irreale con quelle sue indistinte forme che si aggirano impacciate fra il fogliame. Sono alieni, certo, ma in quel contesto potrebbero tranquillamente essere elfi, nani, creature boschive che avrebbero fatto la felicità dei Grimm e di Mannhardt. 
Insomma, il racconto si annuncia subito come fiaba, a un punto tale che persino l'elemento "scientifico" ne viene subito contaminato: all'interno dell'astronave intravediamo una coltura di funghi - un classico elemento scenografico fiabesco - che perciò stesso aumenta il senso d'incanto e di mistero della scena.
Ma ecco che arriva improvviso il "cacciatore". 
In una fiaba contemporanea non può essere che un'automobile, non meno minacciosa di quel muso di camion che ci aveva fatto trepidare in Duel. È l'Uomo, è il nemico, che, come spesso in Spielberg, non ha volto ma al massimo un contorno, non ha personalità individuale ma al massimo si presenta come gruppo. 
Tutto nella scena è pensato con la funzione del terrore, ogni dettaglio è lì per incuterlo, si tratti di pile che penetrano la notte o di chiavi che tintinnano sinistre. I piedi degli orchi sono in primo piano, ed è quanto basta in un cartoon per infondere terrore.

Ma Disney non esce ancora di scena: la casa di Elliott è inquadrata in totale nella notte tranquilla e appena siamo in grado di osservarla all'interno non possiamo non rilevare che essa è abitata da bambini che vi giocano. 
Ormai tutto è chiaro, lo straniamento dolce e piacevole della fiaba ha invaso non solo lo schermo ma anche la platea. Da questo momento siamo nelle condizioni di aspettarci di tutto, ma ancor più di accettare tutto, perché questo mondo non è il nostro, perché in esso - fino a questo punto implicitamente - vigono delle leggi che non sono quelle del nostro quotidiano.
'In questo film dove in pratica non figurano uomini adulti, ma soltanto una donna (Mary, la madre), che del resto sembra altrettanto infantile che i figli, la storia ruota attorno a Enrichetto, a Pollicino, a uno dei tanti eroi bambini che intrattengono rapporti privilegiati col meraviglioso. 
E dal momento che il meraviglioso contemporaneo si identifica nello spazio e nell'alieno, la fiaba di Spielberg vi scava a piene mani.
Spielberg ha sempre avuto un occhio di riguardo per quell'età, la sua stessa figura passa per quella di un Peter Pan che ha saputo mettere a frutto una sua idea fissa tramutandola in perfetta macchina fantastica. E proprio Peter Pan ritorna (come del resto ritornerà più avanti nella sua filmografia) in una scena di E.T. nella quale Mary legge un brano alquanto significativo del celebre romanzo di Barrie ove si allude alla necessità infantile di credere nelle favole. 
A questo punto chi può dubitare che E.T. non solo sia una fiaba, ma anche e soprattutto una dichiarazione della poetica spielberghiana?

E.T., più che protagonista, dunque, assolve la funzione di aiutante magico, ed  è vicino a Eltiott in ogni momento in cui il bambino è fatto oggetto di rimproveri, in ogni momento, cioè, in cui egli è richiamato alla realtà.
Elliott vive in un mondo ludico al quale anche E.T. prende subito parte, quella parte che invece è estranea agli adulti.

Come si diceva, anche il còté scientifico della pellicola è adattato alla sua dominante fiabesca: l'astronave di E.T. è ben diversa da quella - peraltro anch'essa alquanto eterodossa - di Incontri ravvicinati. Essa appare più come uno di quegli sgangherati macchinari del fumetto di fantascienza anni '30 che come il sofisticato prodotto di una civiltà di altissime conoscenze tecnologiche.
In breve: l'avventura di E.T. ci è raccontata dal punto di vista di un bambino. Elliott, verrebbe da dire: sì, ma perché non anche Spielberg?
Come che sia, questa è la ragione per cui gli adulti non hanno specifico spazio in essa: nella mente di un bambino gli uomini sono molto più paurosi che non un gentile alieno timoroso che si presta a divenire una specie di suppellettile nella stanza dei giochi. E quando essi entrano in scena quel tanto che basta perché noi ce ne rendiamo conto, ecco che subito la loro occupazione è quella di rovinare, distruggere. La loro irruzione nella casa, certo meno soprannaturale di quella degli alieni in Incontri ravvicinati,ha però la stessa connotazione di terrore. È la solita contaminazione dei generi, di cui si è già parlato in precedenza, certo, ma anche l'immagine di un'altra contaminazione, quella fra fiaba e realtà, quella di un delicato sogno che sta per essere sciupato da un risveglio indesiderato e violento. 
In questo film che come un cartone animato non conta una singola sequenza senza commento musicale, il disordine appartiene unicamente al mondo adulto. Ed è un miracolo se un esponente di esso - non a caso apparso inopinatamente in una storia che non Io contemplava - esclami, alla vista dello straordinario spettacolo della partenza finale: 
"Ho aspettato questo momento da quando avevo dieci anni". 
Guardate attentamente il suo volto: assomiglia non poco a quello di Spielberg.


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