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mercoledì 7 maggio 2014

MACBETH - William Shakespeare







MACBETH 
William Shakespeare
Tragedia composto nel 1605-1608

Personaggi

Duncan re di Scozia
Malcolm, Donalbain suoi figli
Macbeth generale dell'esercito di Duncan
Banquo generale dell'esercito di Duncan
Macduff, Lennox, Ross, Menteith, Angus, Cathness nobili scozzesi
Fleance figlio di Banquo
Siward Conte di Northumberland e generale dell'esercito inglese
Giovane Siward suo figlio
Seyton ufficiale di Macbeth
Bambino figlio di Macduff
Dottori inglesi e scozzesi
Un soldato
Un portiere
Un vecchio
Lady Macbeth
Lady Macduff
Dame di compagnia Lady Macbeth
Streghe (Ecate e altre tre streghe)
Gentiluomini, Ufficiali, Soldati, Messaggeri, Assassini

Trasposizioni operistiche

Macbeth di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave

Riduzioni cinematografiche

Macbeth, regia di Orson Welles (1948)
Trono di sangue, regia di Akira Kurosawa (1957)
Macbeth, regia di Roman Polanski (1971)
Macbeth, regia di Bryan Enk (2003)

Macbeth - La tragedia dell'ambizione, ripresa in chiave moderna del Macbeth, ambientata sullo sfondo di una violenta guerra tra bande nell'Australia del Sud. 
Il film, come il Romeo e Giulietta girato da Baz Luhrmann, mantiene gli stessi dialoghi dell'opera teatrale. Regia di Geoffrey Wright (2006)
   

PREMESSA

Il genio teatrale di William Shakespeare sorge in Inghilterra a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento, quando il teatro in quel paese ha uno sviluppo e un seguito di pubblico ancora superiori a quelli degli altri paesi europei.
Nella sua vitalità e varietà, esso è il riflesso di una società dinamica, ricca di fermenti politici e in rapida evoluzione per I'impulso economico derivato dalle scoperte geografiche e dal conseguente sviluppo dei traffici marittimi. Il pubblico teatrale è vasto ed eterogeneo, e chi lavora e scrive per il teatro intende in primo luogo assecondare i suoi gusti, mettendo in secondo piano le esigenze di purezza letteraria e formale affermatesi in Italia e in Francia.
Le regole classicistiche, che impongono la rigorosa separazione fra tragedia e commedia e il rispetto delle unità aristoteliche, sono per lo più rifiutate. È in questo contesto che matura I'opera di Shakespeare. L'enorme varietà e libertà creativa che la caratterizzano si spiegano anche attraverso la cultura teatrale del suo tempo, ed è errata I'immagine che di lui daranno poi gli artisti romantici, del genio solitario e istintivo che, ubbidendo solo alla sua ispirazione, rompe ogni regola e crea liberamente dal nulla. Certamente egli potenzia e trasfigura gli elementi della tradizione, immettendovi tra l'altro i frutti di una solida educazione letteraria; ma da quella tradizione prende molto.
Shakespeare visse quasi esclusivamente per il teatro, non solo come autore ma anche come attore, regista, impresario, e la sua arte si sviluppo soprattutto a contatto con il pubblico, che gli accordò sempre un grande favore. Esso amava tutti i generi teatrali e richiedeva non il rigore classicista ma la rappresentazione di vicende coinvolgenti, passionali, avventurose nelle quali fosse appagato il desiderio di evasione e di novità oppure il nascente orgoglio nazionale, che si riconosceva nei grandi drammi storici.
In quest'ambito nacquero i capolavori shakespeariani. La loro produzione copre un arco di anni che va dal 1590-91 fino al 1613, nel corso dei quali lo stile del poeta e la sua visione del mondo subirono una notevole evoluzione. Le prime opere - poesie, commedie e drammi storici - rispondono al gusto elegante e alla mentalità dell'alta società e della corte, esaltano I'idea della monarchia ed esprimono ottimismo e gioia di vivere. Ma poi vengono gli anni in cui la vita politica inglese è più turbata da conflitti, congiure contro la monarchia, azioni violente. In questi anni Shakespeare scrive i suoi capolavori, i grandi drammi tragici che affrontano i problemi del dolore e del male con pessimismo, amara ironia o disgusto. 
Ma la parabola shakespeariana non si conclude con i toni pessimistici. Nelle ultime opere, si fa strada una visione più serena e distaccata della miseria umana, trattata con pacata e bonaria saggezza.

Rimando a una trattazione separata l'elenco delle maggiori opere shakespeariane. Vediamone qui invece i caratteri principali. Va detto innanzitutto che Shakespeare non inventò quasi mai i suoi intrecci ma li ricavo da cronache storiche, novelle, racconti, altri drammi. Ne uscì una estrema varietà di temi, di ambienti, di vicende che comprendono tutti i paesi e tutti i tempi: ci sono argomenti tratti dalla storia nazionale e dalla storia romana, dal mito e dalle favole. 
I luoghi d'azione sono I'Inghilterra, la Scozia, la Francia, la Danimarca, l'Italia, I'antica Grecia, I'antica Roma, l'antico Egitto.
Shakespeare rappresenta tutta I'umanità e tutto il mondo e la sua realtà ha mille facce diverse, è mutevole, varia, piena di contrasti e contraddizioni. È la realtà che circonda I'uomo del Cinquecento, consapevole, dopo le grandi scoperte geografiche, di vivere in un mondo molto più vasto di quanto si credesse nel Medioevo e nell'antichità, nel quale le condizioni della vita possono essere infinite.
Tanta varietà e complessità non poteva essere contenuta dentro i limiti e le regole del teatro classicista. Nella realtà il riso e il pianto, la tragedia e la commedia si trovano spesso mescolati, e le conseguenze di un destino umano non sono necessariamente circoscritte in un sol luogo o in un solo momento. Le storie degli uomini si intrecciano e interferiscono fra loro in un mondo che spesso è caotico, privo di un senso apparente, informe: un mondo che non è riducibile all'ordine artificioso delle regole classicistiche. La realtà di Shakespeare ha bisogno di libertà per essere rappresentata, ed ecco che questa esigenza si accorda con le tecniche e le consuetudini del teatro medievale, ancora vivissime nell'Inghilterra del Cinquecento.
La mescolanza degli stili tragico e comico e il rifiuto delle unità di tempo, luogo e azione sono, in Shakespeare, il presupposto necessario alla rappresentazione della varietà del mondo e la caratteristica fondamentale della sua arte. 
Secondo la concezione corrente del tragico e del sublime, i suoi personaggi tragici appartengono tutti al ceto aristocratico: sono grandi personalità la cui realtà umana è sempre idealizzata ed elevata al livello eroico. Essi però vengono spesso rappresentati anche in atteggiamenti comici o realistici: soffrono il freddo, il caldo, la fame, la sete, si ubriacano, passano nei loro discorsi dai toni sublimi, lirici o sentimentali ai toni ironici o grotteschi, a oscene spiritosaggini, a folli vaneggiamenti. 
Nelle opere di Shakespeare, inoltre, vi è spesso una miriade di personaggi, e intrecci diversi si intersecano nello stesso dramma. Ogni aspetto della realtà ha interesse per lui, e qui sta anche la sua grande modernità. L'unità non è ricercata in elementi esterni, ma è data dal motivo, dal tema che è al centro della commedia o della tragedia.
Ogni dramma shakespeariano non rappresenta un caso individuale, ma si eleva sempre a un livello universale:


Macbeth non è la tragedia particolare di quel nobile che per impadronirsi del potere uccide il suo re, ma è la tragedia di tutti coloro che, spinti dall'ambizione, anelano al potere. Ciò che interessa Shakespeare è la rappresentazione dell'uomo, del suo mondo storico e del suo animo che, come il mondo, è illimitato, caotico, in preda al conflitto e alla contraddizione, problematico e in crisi di fronte al mistero della vita e alla indecifrabile realtà. 
Nei personaggi di Shakespeare la tragedia non dipende da un destino esterno ed estraneo ad essi, ma viene direttamente dall'interno del loro animo: il conflitto non risiede tanto nell'azione ma dentro I'anima stessa dell'eroe con tutte le sue contraddizioni e debolezze. È l'uomo dell'età moderna che non cerca più in Dio la risposta ai problemi e ai dubbi dell'esistenza, ma affronta e soffre le angosce e le contraddizioni nella realtà di questa terra, attratto contemporaneamente dal bene e dal male e turbato dal contrasto tra realtà e ideale.
Presento qui il teatro di Shakespeare attraverso uno dei suoi capolavori, la tragedia di Macbeth.

Macbeth è tra i più conosciuti drammi di Shakespeare, nonché la tragedia più breve. Frequentemente rappresentata e riadattata nel corso dei secoli, è divenuta archetipo della brama di potere e dei suoi pericoli.
Per la trama Shakespeare si ispirò liberamente al resoconto storico del re Macbeth di Scozia di Raphael Holinshed e a quello del filosofo scozzese Hector Boece. Ci sono molte superstizioni fondate sulla credenza che il dramma sia in qualche modo "maledetto" e molti attori non vogliono menzionarne ad alta voce il titolo, riferendosi ad esso come "Il dramma scozzese".

Lo tragedia di Macbeth, scritta nel 1605-1606, è ricavata da una Cronaca dell'antica Scozia e
racconta una fosca storia di ambizione, di violenza e di sangue. 
Macbeth e Banquo, generali di Duncano, re di Scozia, reduci da una vittoriosa campagna contro i ribelli, incontrano in una landa tre streghe che fanno loro oscure profezie. Macbeth sarà Tane (thane, titolo scozzese corrispondente pressapoco a barone) di Cawdor e poi re; Banquo genererà uno stirpe di re, benché non sia destinato egli stesso a esserlo.
Subito dopo giungono dei messaggeri del re, che annunciano a Macbeth che è stato nominato Tane di Cawdor. Turbato, ma tentato dal parziale avverarsi della profezia e spinto dall'ambizione della moglie, Macbeth decide di accelerare la propria ascesa al trono uccidendo il re Duncano, ospite per una notte nel suo castello. I sospetti saranno fatti ricadere sugli uomini della scorta. 
Ma subito dopo aver compiuto I'assassinio, Macbeth è assalito dal rimorso. Malcolm e Donalbain, figli del re, sospettano di lui e fuggono, mentre Macbeth prende la corona. 
Lo tormenta ora il pensiero che le streghe hanno profetizzato che Banquo avrebbe generato dei re. Decide dunque di far uccidere anche Banquo e suo figlio Fleance; questi però riesce a fuggire. 
Perseguitato dal fantasma di Banquo, Macbeth consulta un'altra volta le streghe: il responso è che si guardi da Macduff, il Tane di Fife; che non ha nulla da temere da un noto di donna e che non sarà vinto finché la foresta di Birnam non verrà a Dunsinane. 
Sapendo che Macacduff si è alleato con Malcolm, che sta raccogliendo un esercito in Inghilterra, Macbeth fa uccidere la moglie e i figli di Macduff. 
Lady Macbeth, oppressa dal rimorso, impazzisce e poi muore. 
L'esercito di Malcolm e di Macduff assale la fortezza di Dunsinsne, in cui Macbeth è asserragliato, e passando per la foresta di Birnam, ogni soldato raccoglie un ramo e si cela dietro di esso per avanzare. 
Macduff, che è stato estratto coi ferri anzi tempo dal ventre della madre, uccide Macbeth. 
La profezia si è avverata e Malcolm diventa re.

Il dramma si svolge in un arco di tempo molto lungo, che Shakespeare lascia indeterminato.
L'atmosfera è lugubre e cupo fin dalle prime battute: vi domina la notte, la frequente invocazione alle tenebre, il ricorso a infernali creature del mistero. In quest'atmosfera si svolge per Macbeth il dramma del dubbio e della paura. Egli è spinto al male dall'ambizione e dalla sete di potere, e cede alla tentazione; ma ha orrore del suo atto. 
La vera tragedia si svolge dentro di lui, e consiste nel fatto che egli non perde mai la coscienza del male che ha commesso. E' sconvolto dall'angoscia, ha perso per sempre la pace, ma una fatalità oscura e maligna lo condanna ad andare avanti nella spirale di delitti, che non può che concludersi con la punizione.


NOTA AL MACBETH



Ho già parlato, di volo, del Macbeth. E chi potrebbe esaurire I'elogio di questo sublime lavoro? Dopo le Eumenidi di Eschilo, la poesia tragica non aveva prodotto niente di più grande, nè di più terribile. Le Streghe, a dir vero, non sono divinità infernali, nè tali debbono essere; sono vili agenti dell'inferno. Un poeta, tedesco si è stranamente ingannato, quando volle dar loro la dignità tragica e ne fece esseri intermedi fra le Parche, le Furie e le Maghe, destinate a dare agli uomini avvertimenti e precetti.

Ma non si può mettere sopra Shakspeare una mano temeraria, senza portar la pena di tanto ardimento: ciò che è perverso, è pur deforme di sua natura, ed è contraddittorio il cercare di nobilitarlo. A me pare che in questo e Dante e Tasso abbiano colto nel segno più diritto, che Milton nella pittura dei demoni. Che nel secolo ali Elisabetta si credesse o no agli spiriti e alla magia, è questa una questione totalmente separata dall'uso che fece Shakespeare nell'Amleto e nel Macbeth delle tradizioni popolari. Nessuna superstizione si è potuta conservare e diffondere per più secoli e fra popoli diversi, senza che avesse un fondamento nel cuore umano; e ad una tale disposizione si dirige ii poeta. Egli evoca dagli abissi, nel quale si nasconde lo spavento dell'ignoto, il segreto presentimento d'una parte misteriosa della natura, di un mondo invisibile intorno a noi. Vede pertanto la superstizione come pittore e come filosofo; non già, a dir il vero, come un filosofo che la disapprova e se ne ride, ma, ciò che è ben più raro fra uomini, come un pensatore il quale risale all'origine di tante opinioni, così sgradevoli a un tempo e così naturali; e la svela ai nostri occhi.
Se Shakspeare avesse arbitrariamente cambiato le tradizioni popolari, avrebbe perduto i privilegi che esse gli davano, e le sue più ingegnose invenzioni non sarebbero sembrate che novelle ideate a capriccio.
Il modo con cui presenta le Streghe, ha un non so che di magico: egli crea per esse un linguaggio particolare, che, sebbene composto di elementi conosciuti, pare una mescolanza di formule da scongiuri. Le frequentissime rime e la singolare misura dei versi danno l'idea della sorda musica che accompagna le danze notturne di degli esseri tenebrosi. Spiace di trovarvi i nomi di oggetti nauseanti; ma chi ha mai supposto che la magica caldaia fosse piena di gradevoli aromi? Ciò sarebbe, come dice il poeta, un voler che l'inferno desse buoni consigli.

Questi schifosi ingredienti, da cui rifugge l'immaginazione inorridita,sono qui il simbolo delle forze avverse che fermentano nel seno della natura e il morale ribrezzo, che ne sentiamo, supera il disgusto dei sensi.
Le Streghe parlano fra di loro come donnicciole, poichè tali debbono essere; ma il loro stile si solleva quando si rivolgono a Macbeth. Le profezie che esse pronunciano, o che fanno pronunciare ai fantasmi, hanno quella oscura brevità, quella solennità maestosa, che si trova in tutte le parole degli oracoli, e che non sparse  il terrore fra i mortali.
Si vede pure che quelle Lammie non sono che strumenti governati da spiriti invisibili, e che di per sè non si sarebbero potute innalzare all'alta sfera, da cui influiscono sopra avvenimenti non meno grandi che terribili.
E perchè mai Shakspeare ha fatto a loro sostenere  nella sua tragedia la medesima parte che esse sostengono, secondo le antiche cronache, nella storia di Macbeth?
Viene commesso un grande misfatto: un vecchio venerabile, il migliore dei re, Dulcano, è trucidato nel sonno; e, ad onta delle sante leggi dell'ospitalità, da uno dei suoi sudditi colmato da esso di tutti i benefici.

Naturali motivi sarebbero sembrati troppo deboli a spiegare un'azione così fatta, o almeno sarebbe stato mestieri dipingere colui che la esegue come il più nero ed il più consumato malfattore.
Shakspeare concepì un'idea sublime: ha mostrato un eroe pieno di grandezza, ma ambizioso, che soccombe a una prova profondamente combinata dall'inferno; e che conserva il segno della primitiva nobiltà, del suo animo in tutti gli eccessi a cui è trascinato dalle necessarie conseguenze del suo delitto. La morte di Duncano può essere appena attribuita a Macbeth; e ciò che vi ha di più odioso ricade sul capo degli istigatori di quella orribile azione.
La prima idea gli fu inspirata da quegli esseri, tutta l'attività dei quali è diretta verso il male.
Le Streghe sorprendono Macbeth nell'ebrezza della gloria, dopo un combattimento in cui fu vittorioso. Esse fanno sfolgorare innanzi ai suoi occhi, quale promessa del destino, I'immagine delle grandezze che egli non può conseguire se non per via di un delitto; e danno autorità alle loro parole coll'immediato adempimento di una prima predizione.
Ben presto si para innanzi l'occasione di uccidere il re; lady Macbeth scongiura il suo sposo di non lasciarla sfuggire. Ella adduce e propugna con calore tutti i motivi che possono colorire e nobilitare€ un tal misfatto; e Macbeth, fuori di sè, lo compie in uno stato di vaneggiamento. Ma il rimorso, di cui aveva scorto l'orrore prima di così atroce delitto, subito invade il suo cuore  che egli I'ha commesso, nè gli lascia più alcun riposo nè di giorno, nè di notte.

Nondimeno egli cade nei lacci dell'inferno: e con raccapriccio noi vediamo quel guerriero, che prima sfidava la morte, ora che ha messo a repentaglio la vita futura, attenersi con ansietà alla sua esistenza terrestre, e rovesciare spietatamente tutto ciò, che, secondo i suoi neri sospetti, lo minaccia di qualche pericolo.
Se detestiamo i suoi antenati, non possiamo guardare senza pietà lo stato della sua anima. Deploriamo la perdita delle sue nobili qualità, e nondimeno ammiriamo ancora nel modo che egli ricompera la vita, la lotta di una volontà coraggiosa contro una vile coscienza.
Sembra che il Destino degli antichi regni ancora in questa tragedia. Fin dalla prima scena vi si manifesta I'azione di un potere soprannaturale; ed il primo avvenimento, a cui dare origine, porta con se inevitabilmente tutti gli altri. Qui stanno specialmente quegli oracoli ambigui, che adempiendosi letteralmente, ingannano chi si affida a loro.
Nondimeno intenzioni più elevate di quelle del Paganesimo hanno inspirata quest'opera. Il poeta ha voluto mostrare, che se ha luogo sulla terra il conflitto del bene e del male, ciò non succede senza la permissione di una Provvidenza, la quale converte in benefici universali la maledizione che pochi uomini hanno provocata sul loro capo.
Il poeta dispensa alla fine una giusta retribuzione a tutti i personaggi del suo dramma.
La più colpevole dei complici del regicidio, lady Macbeth, cade in una malattia insanabile, cagionata dai suoi rimorsi. Ella muore senza essere compianta da suo marito, con tutti i segni della disperazione.
Macbeth è giudicato ancora degno di soccombere della morte degli eroi sul campo di battaglia.
Il prode Macduff, il liberatore della sua patria, ottiene in sorte la soddisfazione di punire di propria mano l'uccisore di sua moglie e dei suoi figli.
L'oggetto della gelosia di Macbeth, Banquo, espia con una pronta morte l'ambiziosa curiosità che lo indusse a voler conoscere un glorioso avvenire, ma siccome non si è lasciato sedurre dalle insinuazioni delle Streghe, il suo nome è benedetto nella sua posterità, ed i suoi figli avranno la corona alla loro giusta età, corona di cui Macbeth si è impadronito soltanto per un breve spazio della sua vita.
Quanto al corso dell'azione, questa tragedia è assolutamente il contrario dell'Amleto: essa procede con terribile celerità dalla prima catastrofe (l'uccisione di Duncano) fino alla conclusione; e tutti i disegni sono appena concepiti, che vengono portati in atto.

In tutte le parti di questo ardito disegno si ravvisa un secolo vigoroso, un clima settentrionale che produce uomini di ferro. È difficile determinare esattamente la durata dell'azione: secondo la storia, comprende forse parecchi anni, ma sappiamo che il tempo più pieno d'avvenimenti è sempre il meno lungo per I'immaginazione; e ciò che si trova qui rinchiuso in un breve intervallo, non riguarda certamente agli avvenimenti esterni, ma relativamente allo stato morale dei personaggi, è veramente prodigioso.
E sembra che siano stati tolti tutti gli ostacoli che ritardano l'immenso orologio del tempo, e che le sue ruote girino con spaventevole rapidità. Nulla è paragonabile a un tale quadro per eccitare il terrore. Ci si raccapriccia a ricordare l'uccisione di Duncano, il simulacro del pugnale che volteggia innanzi agli occhi di Macbeth, l'apparizione di Banquo nel convitto, l'arrivo notturno di lady Macbeth addormentata.
Simili scene sono uniche; Shakspeare solo potè concepirne l'idea: e se più spesso si presentassero sulla scena, bisognerebbe mettere la testa di Medusa fra il numero degli attributi della Musa tragica.



Sta......

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