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venerdì 20 giugno 2014

LA TERRAZZA (The terrace) - Ettore Scola


  
LA TERRAZZA 
Regia - Ettore Scola
Genere - Drammatico

Soggetto - Age & Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura - Age, Scarpelli, Ettore Scola
Produttore - Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia - Pasqualino De Santis
Montaggio - Raimondo Crociani
Musiche - Armando Trovajoli
Scenografia - Luciano Ricceri
Costumi - Ezio Altieri
Paese di produzione - Italia, Francia
Anno 1980
Durata 155 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Marcello Mastroianni: Luigi
Ugo Tognazzi: Amedeo
Vittorio Gassman: Mario
Jean-Louis Trintignant: Enrico
Serge Reggiani: Sergio
Stefano Satta Flores: Tizzo
Stefania Sandrelli: Giovanna
Carla Gravina: Carla
Ombretta Colli: Enza
Milena Vukotic: Emanuela
Ugo Gregoretti: un ospite
Olimpia Carlisi: un'ospite
Venantino Venantini: un ospite
Galeazzo Benti: Galeazzo
Age: lo psichiatra
Marie Trintignant: Isabella
Margherita Horowitz: un'ospite
Lucio Lombardo Radice: se stesso
Francesco Maselli: se stesso
Mino Monicelli: il presidente della RAI
Lucio Villari: il padrone di casa
Helena Ronee: la padrona di casa

Doppiatori italiani

Francesco Carnelutti: Enrico



   
TRAMA - Sulla terrazza di un lussuoso attico romano, si ritrovano periodicamente amici e conoscenti. Gente del cinema, della cultura, della politica, sempre gli stessi, sempre di sinistra, sempre con gli stessi discorsi. Enrico, ad esempio, è uno sceneggiatore famoso, in crisi perché non riesce più a divertire il pubblico e ad accontentare la produzione. Dopo l'ennesima litigata con Tizzo, critico cinematografico particolarmente esigente che non perde occasione per accusarlo di "bozzettismo", torna alla macchina da scrivere senza peraltro venire a capo della sceneggiatura a cui sta lavorando. L'accanimento è tale che in un impeto d'ira si procura gravi lesioni con il temperamatite elettrico. E' obbligato a ricoverarsi in
clinica.

Altro caso è quello di Luigi, direttore di un giornale che mostra di poter fare volentieri a meno dei suoi editoriali e dei suoi quotidiani compromessi con il potere. Anche negli affetti privati le cose per Luigi non vanno più molto bene. Abbandonato dalla moglie, che sta facendo carriera nel giornalismo televisivo, s'illude di poterla riconquistare, ma è troppo tardi.

Di male in peggio la situazione di Sergio, un tempo apprezzato scrittore e ora funzionario di quart'ordine alla RAI. Il Capitan Fracassa, alla produzione del quale è preposto, è cosa diversa, nelle mani di un famoso regista, da ciò che egli s'immaginava di dover produrre. Fa presente le sue perplessità a chi di dovere col risultato di trovarsi ancora più spiazzato ed emarginato. Senza più affetti, solo con le sue frustrazioni, andrà a morire in un magazzino della RAI, dove si stanno allestendo le scenografie del film.

Ed ecco Amedeo, prototipo del produttore senza scrupoli ma con qualche problema matrimoniale e di sintassi. Contrario alle novità quando si tratta di giudicare le sceneggiature di Enrico, sposa la causa di un giovane regista d'avanguardia per accontentare la moglie, che non manca di rimproverargli l'ignoranza e il gretto attaccamento al denaro. Solo che questa volta ha ragione lui, rivelandosi - il film d'avanguardia - soltanto un bluff.

Ultimo della serie, Mario, deputato comunista in odor di dissenso, ora combattuto fra la serietà dell'impegno politico e l'amore di Giovanna, l'amante. Immagina di esporre il problema al Congresso del Partito, confidando nella comprensione dei compagni. Ma il Congresso della sua immaginazione tace perplesso e Mario preferisce troncare la relazione con Giovanna.

Vari altri personaggi frequentano la terrazza. Ad esempio Galeazzo, che tempo addietro era stato qualcuno nel cinema. Di ritorno dal Venezuela, dove ha abitato per anni, vorrebbe riprendere a fare l'attore. Ma s'accorge che per gli amici egli è ormai soltanto una macchietta. 
Polemiche, insulti, bisticci: la vita - nonostante tutto - continua. Anche sulla terrazza.






    
COMMENTO - Ebbene sì: di "mostri" ce ne sono ancora in circolazione e non tutti finiscono in "nera". Quelli più colti (e forbiti, eleganti, con le idee giuste e al posto giusto) è più facile incontrarli in "terza" sulle pagine "cultura-spettacoli", o sulla terrazza, intesa come luogo simbolo della vita capitolina.
Tutta gente per bene, talmente abituata a prendersi sul serio da confondere ormai le grandi problematiche, con le proprie miserie, la crisi degli incipienti anni '80 con i processi fisici di invecchiamento. 
Chi siamo, dove andiamo?... Ogni volta che l'intellettuale avverte la propria inadeguatezza, ne fa una questione di grandi e irrisolvibili quesiti esistenziali, in prima persona plurale perché il maiestatis è d'obbligo. Finisce quasi sempre a tarallucci e vino.
La terrazza di Scola pullula di falliti che preferiscono fingere o che ne fanno un dramma: in ciò la loro "mostruosità", impastata di opportunismo e vittimismo, di invidia e autocommiserazione, di stronzaggine e di impotenza. Cambiando l'ordine dei fattori, veramente il prodotto non cambia, e Io spettacolo rimane il medesimo. 
Un film di denuncia? No, piuttosto di constatazione

"Cerco di capire, di pormi certe domande sulle cose che non sono state fatte. Nel Paese c'è solitudine, per me la malattia più grave. Tutti questi mezzi di comunicazione devono contribuire a curare questa malattia. Non l'hanno fatto, e questa è una colpa". 
(Ettore Scola in Ma questo Gassman non è Berlinguer?, a cura di Carlo Galimberti in Corriere della Sera). 

Scola indulge spesso nei suoi film al vezzo di interrogarsi con il senno di poi sugli sbagli di prima. Sempre meglio di chi non si interroga affatto, o di chi lo fa privatamente per poi ritrovare il sorriso smagliante degli ebeti.
Il problema è tuttavia un altro: quando ci si interroga tardi non solo non si risolvono i problemi, si rischia addirittura di travisarli, per via di quell'eccesso di approssimazione che coglie spesso i ritardatari. 
I limiti de La terrazza, facilmente collocabile tra le cose meno riuscire del regista nonostante i nobili intenti, sono abbastanza evidenti. 
Davvero l'impotenza creativa dello sceneggiatore, la dabbenaggine del giornalista, lo stato depressivo del funzionario RAI, l'ignoranza del produttore e, infine, il tormento senile del deputato comunista possono compendiare fallimenti e compromessi dell'intellighenzia nostrana? C'è da dubitarne, tanto più che il regista sfuma le responsabilità di ciascuno, colorando di malinconia i caratteri dei personaggi (ancora dei perdenti,
ancora delle pedine nelle mani di un sistema che stritola gli individui) e portandoli ad essere ciò che non sono o che non vorrebbero essere.
Più si avvicina alla politica e più il cinema di Scola si mostra riluttante, impreciso, superficiale. Intuisce le contraddizioni ma poi evita di approfondirle, preferendo le generalizzazioni (magari indebite) in luogo delle denunzie circostanziate. 





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