9474652420519448 01688101952603718437

giovedì 24 luglio 2014

L'ULTIMO IMPERATORE (The Last Emperor) - Bernardo Bertolucci



   
L'ULTIMO IMPERATORE
Regia - Bernardo Bertolucci
Titolo originale - The Last Emperor
Paese di produzione - Cina, Gran Bretagna, Francia, Italia
Genere - Drammatico, storico, biografico
Soggetto - Pu Yi
Sceneggiatura - Mark Peploe, Bernardo Bertolucci, Enzo Ungari
Produttore - Jeremy Thomas
Distribuzione (Italia) - DNC, Dall'Angelo Pictures
Fotografia - Vittorio Storaro
Montaggio - Gabriella Cristiani
Musiche - Ryuichi Sakamoto, David Byrne, Cong Su
Scenografia - Ferdinando Scarfiotti
Costumi - James Acheson, Ugo Pericoli
Trucco - Franco Giannini
Anno 1987
Durata 160 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

John Lone: Pu Yi (adulto)
Joan Chen: Wan Jung
Peter O'Toole: Reginald Johnston
Ying Ruocheng: governatore della prigione
Victor Wong: Chen Pao Shen
Dennis Dun: Big Li
Ryuichi Sakamoto: Amakasu
Maggie Han: Gioiello d'Oriente
Ric Young: addetto agli interrogatori
Vivian Wu: Wen Hsiu
Cary-Hiroyuki Tagawa: Chang
Jade Go: Ar Mo
Fumihiko Ikeda: Yoshioka
Lisa Lu: Imperatrice vedova Cixi
Richard Vuu: Pu Yi (tre anni)
Tsou Tijger: Pu Yi (otto anni)
Tao Wu: Pu Yi (quindici anni)

Doppiatori italiani

Giancarlo Giannini: Pu Yi (adulto)
Rossella Izzo: Wan Jung
Giuseppe Rinaldi: Reginald Johnston
Antonio Guidi: governatore della prigione
Mario Bardella: Chen Pao Shen
Dario Penne: Amakasu
Raffaele Uzzi: addetto agli interrogatori
Roberta Paladini: Wen Hsiu
Ilaria Stagni: Pu Yi (tre, otto anni)
Fabrizio Manfredi: Pu Yi (quindici anni)



      
TRAMA - Una didascalia (Manchuria 1950, confine cino-russo) introduce l'arrivo dell'ex imperatore Pu Yi  (John Lone) in stazione, trasportato sul treno dei criminali di guerra. Questi raggiunge la toilette e si taglia le vene. 
Il suo sangue, un flashback e un'altra didascalia ci conducono nel 1908, quando gli emissari dell'imperatrice vedova prendono in consegna l'infante Pu Yi, figlio di un principe manchù, per portarlo nella Città Proibita di Pechino. L'imperatrice, detta il Vecchio Buddha, muore dopo aver indicato il bambino come successore e divino Figlio del Cielo. 
All'età di tre anni il principino si trova quindi seduto sul trono del potere, nel padiglione della Suprema Armonia. 
Il giorno dell'insediamento un cortigiano gli dona una scatoletta cilindrica che contiene un grillo; la nutrice Ar Mo (Jade Go) lo allatta narrandogli fiabe soavi, gli eunuchi viziano il loro piccolo Signore dei Diecimila Anni.
Terminato il flashback, Pu Yi si risveglia nella Repubblica Popolare Cinese per essere chiuso in carcere e processato. Ancora indietro nel tempo, vediamo Pu Yi che accoglie suo fratello Pu Chieh nella Città Proibita. Quest'ultimo lo informa dell'esistenza di un altro imperatore, che si è tagliato il codino e invece del cammello usa l'automobile: il Presidente della Repubblica. 
Salito sul muro di cinta il protagonista verifica personalmente, poi chiede consiglio al Gran Tutore. Questi chiarisce che Pu Yi sara sempre imperatore dentro la Città Proibita, ma fuori no.
Il Figlio del Cielo, ormai cresciuto, viene separato dalla nutrice.
Tornati nella Repubblica Popolare, assistiamo agli interrogatori di Pu Yi, svolti da un carceriere illuminato (Ying Ruocheng, allora Ministro della Cultura) che sfoglia una biografia sull'illustre prigioniero, Twilight in the Forbidden City, scritta dal suo ex precettore Reginald Fleming Johnston (Peter O'Toole).
Nuovamente a Pechino, assistiamo all'istruzione britannica del sovrano e alle cose strane e meravigliose che lo scozzese gli racconta dell'Occidente. 
Fuori la Cina è in tumulto e i signori della guerra affogano nel sangue le rivolte studentesche. La madre di Pu Yi si suicida e l'imperatore, nonostante la nuova bicicletta, è ormai imprigionato nella Città Proibita, in quanto i suoi stessi soldati gli impediscono di uscire. Disperato, Pu Yi tenta di uccidersi, scopre di avere bisogno di occhiali, abdica, si sceglie due mogli.
Nel carcere del futuro il detenuto numero 981 confessa, ma viene contestato e spinto a ricordare. Johnston si orientalizza, l'imperatore si taglia il codino e, verificate le puntuali ruberie degli eunuchi, li caccia dalla reggia con l'aiuto delle truppe repubblicane. Qui 981 riferisce dei suoi passari rapporti con i giapponesi.
Nel 1924 Pu Yi viene prelevato dai repubblicani e scortato fuori dalla Città Proibita, si rifugia nell'ambasciata nipponica e raggiunge Tien Tsin, dove prende il nome di Harry e conduce vita da playboy. 
Mentre il Kuomindang e i signori della guerra si contendono il potere, Harry e la sua prima moglie Wan Jung (Joan Chen), ora chiamata Elizabeth, vengono strettamente sorvegliati dal funzionario giapponese Amakasu (Ryuichi Sakamoto). 
La seconda consorte lo abbandona, ma ricompare la cugina Gioiello d'Oriente (Maggie Han), spia del Sol Levante e amante di Amakasu. Le truppe del generale Chang Kai Shek profanano le tombe degli antenati manchù, così 981 racconta di essere stato rapito dai giapponesi e nominato sovrano dello stato fantoccio del Manchukuo. 
Il libro di Johnston invece insegna che Pu Yi fece tutto di sua spontanea volontà.

Manchuria, 1934: il novello imperatore, marionetta di Amakasu, assiste alla distruzione psicologica di Wan Jung, oppiomane, disperata, sedotta dall'ambigua Gioiello d'Oriente. 
Nel '35 i giapponesi disarmano i suoi soldati, il figlio di Wan Jung e dell'autista Chang viene ucciso, l'imperatrice impazzisce. Pu Yi è nuovamente prigioniero della reggia. 
Gli ultimi flashback alternati presentano immagini dei crimini nipponici in Cina, l'esplosione della bomba atomica, la resa del Giappone, il suicidio di Amakasu, I'arresto di Pu Yi compiuto dai sovietici.
Rientriamo definitivamente nella Repubblica Popolare, dove 981, scontati dieci anni di carcere, viene messo in libertà. 

Pechino, 1967:Pu Yi, formica tra le formiche in uniforme grigio-azzurra, è giardiniere dell'orto botanico. Un giorno vede sfilare gli alfieri della Rivoluzione Culturale, con il libretto rosso e i fotoritratti di Mao. Le giovani Guardie Rosse scortano alcuni elementi reazionari e revisionisti: fra loro Pu Yi individua il suo ex inquisitore, umiliato, percosso. 
Dopo aver tentato invano di difendere il governatore della prigione, ritroviamo il protagonista in
visita alla Città Proibita. Pu Yi, che ha pagato il biglietto, entra nel padiglione della Suprema Armonia e, per convincere il figlioletto del custode di essere veramente l'ex imperatore della Cina, recupera dietro il trono la scatola del grillo, ancora vivo. Davanti allo scranno vuoto, la voce di una guida turistica spiega che Pu Yi morì quello stesso anno: aveva raggiunto il vertice del potere da bambino.





                          
COMMENTO - L'ultimo imperatore (The Last Emperor, 1987), favola sontuosa e superproduzione internazionale, viene scritto da Bertolucci, dal cognato Mark Peploe e da Enzo Ungari ispirandosi all'autobiografia di Aisin Gioro Pu Yi, Da imperatore a cittadino.
Il 21 ottobre 1987 Bernardo ottiene il Premio speciale del Fondo Pasolini; due anni prima ha presentato in televisione un breve documentario dei sopralluoghi per il film, Cartolina dalla Cina. Il progetto risale comunque al 1982, quando un collaboratore di Montaldo per il Marco Polo televisivo porta a Roma una copia dell'autobiografia dello sventurato sovrano. Girare L'ultimo imperatore costa vendtré milioni di dollari (a Hollywood ne sarebbero occorsi quaranta), in parte ottenuti da alcuni finanzieri di Hong Kong. Bertolucci si affìda a Storaro, allo scenografo Ferdinando Scarfiotti, che ricostruisce lo stile Ming, all'eccellente costumista James Acheson, responsabile di novemila abiti e del budget di due milioni di dollari. 
Sul set lavorano fianco a fianco cento italiani, centocinquanta cinesi, venti inglesi, e vengono impiegate diciannovemila comparse . 
L'ultimo imperatore, evidentemente un kolossal, segna la fine del lungo percorso psicanalitico dell'autore e gli regala uno straordinario successo. Il film riceve quattro Golden Globe, il César '88, nove Oscar, quattro Nastri d'argento, otto David di Donatello. 
Non scorre per trecentoquindici minuti come Novecento, ma con le sue due ore e mezza di durata tocca il limite concesso a un prodotto di sicuro mercato.
Le scenografie evocanti un meraviglioso passato, gli ori, la porpora, le mura sanguigne e l'ocra angoscioso dei deserti, con il loro cupo fulgore richiamano una dichiarazione di Vittorio Storaro: 
"La Parigi del Conformista è azzurra e quella di Ultimo tango arancione. (...) Prima di allora [della Luna) non mi sfiorava neppure la mente che il blu fosse il colore dell'intelletto. La lettura della teoria dei colori di Goethe, gli studi di Newton, le ricerche sulla parapsicologia del colore o sul colore nel sogno, da Freud a Adler e Jung, mi hanno reso più cosciente del significato di certe operazioni". 
Il cromatismo suggestivo de L'ultimo imperatore è infatti il risultato dell'esperienza parallela del regista e del direttore della fotografia, mentre nella biografia non solo artistica di Bertolucci la città di Pechino si collega a Parma e a Parigi formando un ideale triangolo.
Nonostante I'abisso che separa Oriente e Occidente, nonostante le difficoltà della lavorazione, nell'Ultimo imperatore si ha la sensazione che l'autore si trovi ancora a casa, nell'utero confortevole della propria memoria geografico-culturale. 
Ogni viaggio è spesso un falso movimento, così che Bertolucci mette in scena il mondo che gli appartiene e solo marginalmente la Cina di Pu Yi. 
L'intenzione ci viene spiegata subito, come al solito nei titoli di testa. Questi sono accompagnati da una serie di cineserie grafiche culminanti nell'ideogramma rosso del sigillo imperiale, che si trasforma nella dimora del protagonista nella Città Proibita vista attraverso una cortina a motivi labirintici. Per dire che I'apparato esotico-scenografico maschera e al contempo illustra la struttura ellittica ed enigmatica tipica delle opere di Bertolucci. Il regista si rivela qui un esperto affabulatore, un abile divulgatore, perciò il quiz di circa sessant'anni di cronache cinesi si risolve come lo sciogliersi lento di una sciarpa di sera, ammaliandoci.
Questo mélo epico e viscontiano, come un dolly intercontinentale parte da un dettaglio, da una cifra, l'ideogramma imperiale, per alzarsi in volo a comprendere il mistero di alcuni decenni di vicende asiatiche insieme a quello più vasto del destino umano. Il drago si mangia il bambino, come nelle fiabe, e Pu Yi viene preso nella morsa del fato, da cui esce spremuto e diverso come Giona reduce dal ventre della balena. 
La grande imperatrice vedova, molle, decrepita e già sepolta dal trucco, muore stringendo fra i denti la sacra perla-nera, cioè metaforicamente inghiotte quel piccolo manchù appena proclamato Figlio del cielo. Simile ad un'orca ariostesca è proprio lei che avvia la rappresentazione. Ogni dubbio che si tratti di un palcoscenico sia reale sia simbolico cade quando Pu Yi, il giorno dell'insediamento, esce sulla scalinata che domina il vasto cortile il cui sono inginocchiad i nobili, annunciato da un ampio telone giallo che il vento solleva come un sipario. Hanno quindi inizio il lungo sonno e la recita del bambino diventato imperatore, che gioca con i modellino della Città Proibita, succhia il latte dai grandi seni della balia, infine sogna il mito di se stesso come tutti i personaggi di Bertolucci, dai sottoproletari della Commare secca in poi. 
L'ultimo imperatore cinese è anche un fallito come Primo Spaggiari della Tragedia di un uomo ridicolo, il sovrano per burla di un regno teatrale e operistico o, meglio, l'interprete fatuo e triste di un'operetta mitteleuropea. 
A Tien Tsin canta Am i Blue? e balla il charleston, nel Manchukuo esegue il Kaiser Walzer di Strauss e beve champagne.
Il grande burattinaio nipponico manovra nell'ombra e il nostro Sigismondo, uscito a forza dalla sua torre (ma provvisto di un paio di occhiali da sole), non può fare altro che rientrarvi grazie ai governanti della Repubblica Popolare. 
Nella plumbea prigione creata da Scarfiotti e Storaro, nettamente opposta al rosso intenso e prezioso della Città Proibita, il protagonista di questa ennesima replica della Vita è sogno trova il suo legittimo Clotaldo, cioè il carceriere di buon cuore.






Fissata la cornice della cospicua dynasty asiatica di Bertolucci, che a volte sfiora le tiepide voragini della soap-opera,bisogna dire che gli attori svolgono magistralmente i loro ruoli. Anzitutto Peter O'Toole, insuperabile precettore, il sinistro, implacabile Amakasu interpretato dal musicista giapponese Ryuichi Sakamoto, I'ottimo carceriere Ying Ruocheng. 
I Pu Yi sono quattro e l'ultimo non è il più efficace, anche se regge con perizia la sua parte di voyeur, di semplice spettatore macinato dalla Storia. Quest'ultima poi è un autentico incubo, dalla prima intimazione (Aprite la porta!ordinano all'inizio gli inviati dell'imperatrice vedova) al wagneriano inabissarsi di ogni decenza e speranza, alla mite condotta del prigioniero 981, che sembra dimesso da un ospedale psichiatrico e si riduce come larva a coltivare crisantemi nell'orto botanico della capitale. 
Fino alla gag conclusiva, dove Pu Yi viene assimilato all'insetto kafkiano, a quel grillo appassito dagli ultimi sessant'anni trascorsi nella scatola. Una paraviscontiana caduta degli dei, potremmo dire, se non fosse per il singolare afflato lirico di Bertolucci, per la sua consumata maestria di pittore delle emozioni ineffabili, per quell'interrogazione ovvia di Pu Yi, perduto e straniero in patria, che il regista sa dilatare ad affresco, a lamento cosmico dell'anima: 
"La Città Proibita era diventata come un teatro, senza spettatori, e allora perché gli attori stavano ancora sul palcoscenico?".


VEDI ANCHE . . .


Nessun commento: