9474652420519448 01688101952603718437

venerdì 1 agosto 2014

FALSTAFF (Campanadas de medianoche) - Orson Welles

  
FALSTAFF
Regia - Orson Welles
Titolo originale - Campanadas de medianoche
Genere - Drammatico
Soggetto - William Shakespeare
Sceneggiatura - ,Orson Welles
Produttore Alessandro Tasca, Harry Saltzman
Casa di produzione - International Film Espanola - Alpine
Fotografia - Edmond Richard
Montaggio - Fritz Mueller
Musiche - Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia - José Antonio de la Guerra, Mariano Erdoza
Paese di produzione - Spagna, Svizzera
Anno 1965
Durata 119 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Orson Welles: Falstaff
Keith Baxter: Principe Hal, Enrico V
Jeanne Moreau: Doll Tearsheet
John Gielgud: Re Enrico IV
Norman Rodway: Henry Percy, detto Hotspur
Marina Vlady: Kate Percy
Margaret Rutherford: Signora Quickly
Alan Webb: Mastro Shallow
Walter Chiari: Silenzio
Fernando Rey: Worcester
Tony Beckley: Poins
Michael Aldridge: Pistol
Beatrice Welles: Paggio di Falstaff
José Nieto: Nurthumberland
Doppiatori italiani
Corrado Gaipa: Orson Welles
Lydia Simoneschi: Margaret Rutherford

Premi

Festival di Cannes 1966: Premio del ventesimo anniversario e Grand Prix tecnico


Falstaff (Campanadas a medianoche) è un film del 1965 scritto, diretto e interpretato da Orson Welles tratto da Enrico IV, Enrico V, Le allegre comari di Windsor e Riccardo II di William Shakespeare.

La storia di Falstaff secondo Welles

Enrico IV di Lancaster (John Gielgud) ha conquistato il trono usurpandolo a Mortimer, legittimo erede di Riccardo II, e difendendolo con il sangue e con i denti dalla secessione dei nobili del Nord che questo fatto ha scatenato. Ma Enrico IV ha anche un'altra preoccupazione, meno legata alle difficoltà di "vivere" il potere ma certo molto più umana: è preoccupato del comportamento di suo figlio Hal (Keith Baxter), che un giorno sarà destinato a succedergli e che invece passa il tempo a gozzovigliare nelle taverne londinesi tra donne di dubbia moralità, bevute e amici, tra i quali l'anfitrione Sir John Falstaff (Welles), cavaliere, inesauribile contatore di frottole è consumatore di vino di Spagna. 
All'inizio del film, comunque, Falstaff con altri tre amici convincono Hal ad assalire e a derubare
dei pellegrini; il giorno dopo Falstaff cercherà di vantarsi dell'episodio come se fosse stato lui a compierlo, ma sarà inevitabilmente sbugiardato. 
Intanto la ribellione contro Enrico IV continua: è la guerra, per cui gli amici partono (riuscendo così ad evitare di esser giudicati dalla Legge): Falstaff che deve, anche lui, raggiungere il fronte - recluta la sua "truppa" (una specie di Armata Brancaleone) nella taverna di Mastro Shallow. Hal, rimproverato dal padre, promette di riscattarsi in battaglia. Infarti - dopo che Worcester non informa i suoi alleati della proposta di pace e sanatoria generale di Enrico IV - nella battaglia di Shrewsbury toccherà proprio a lui duellare e uccidere Hotspur, risolvendo così
la questione. Ma, anche in questo caso, sarà Falstaff ad appropriarsi e a vantarsi dell'impresa.
Enrico IV, vittorioso ma malato, si ritira nel castello di Windsor. 
Hal, chiamato da una lettera di Falstaff va a Londra alla taverna di Shallow: è I'ultima volta che i due si vedono da amici. Hal, infatti, torna a corte e trova il padre morente sul letto: di fianco, c'è anche la corona reale. Hal se la prova; in quell'istante Enrico IV si sveglia - dormiva, infatti - e
rimprovera il figlio, ma i due si spiegano e Hal dà la certezza padre di poter esser un grande re. 
Enrico IV può così morire tranquillo... La notizia si diffonde subito, e arriva anche all'osteria di Shallow, dove, come sempre, Falstaff sta gozzovigliando e rievocando la sua amicizia con Hal. 
Falstaff allora, si precipita subito a corte, dov'è in corso la cerimonia dell'incoronazione di Hal - Enrico V; lo chiama a gran voce, sconvolgendo e scandalizzando la corte, ma Enrico V lo respinge, lo umilia.
Qualche tempo dopo - è I'ostessa che lo racconta - Falstaff muore, rimasto ormai  irrimediabilmente e tristemente solo.



Falstaff (Eduard von Grützner)

Pur rimanendo fondamentalmente lo stesso, il discorso sul potere e sul suo esercizio si svolge sull'altra "sponda": quella della negazione e dell'antitesi. Da una pane c'è la legge di Enrico IV, dimora sepolcrale di un re che sente continuamente la stretta della morte, circondato da infidi esecutori di un rituale codificato; dall'altra, la taverna, teatro di colossali sbornie e delle impudiche smargiassate di Sir John Falstaff. Due ambienti che diventano, nel loro continuo alternarsi e opporsi, i centri vitali della rappresentazione, le zone che ne compendiano e dilatano i significati. 
A livello umano, i piani della narrazione, malgrado l'accentramento "teatrale" di Falstaff, sono tre oltre al suddetto Falstaff, infatti, c'è un particolare (e necessario) approfondimento sulle figure di Hal, futuro Enrico V, e su suo padre Enrico IV - che rappresentano le diverse facce del
potere - per portare, però, alla fine (o forse sin dall'inizio, il che è lo steso), ancora a Falstaff il quale diventa un po' il mito di quella totalità umana che il regista ha cercato invano dietro i suoi Kane e Quinlan.
C'è, in questo Campanadas de medianoche, una misura, uno scrupolo nel "voler chiarire" che è quasi magico (non dimentichiamo che la magia, di cui Welles come sappiamo è maestro, anche se viene presentata come "fantasiosa", è una delle scienze più esame). E' una vera realtà premonitoria, così come premonitorie sono molte sue scene. Per esempio, quella della "rottura" finale tra Hal - che sta diventando Enrico V - e il vecchio compagno di baldoria, improvvisamente insicuro, addolorato e disilluso Falstaff "preannunciata" quattro volte, come ha ricordato lo stesso Welles: 
"La morte del principe, la sequenza del re nel castello, la morte di Hotspur (che è quella della cavalleria) e la povertà e la malattia di Falstaff sono scandite nel corso del film e devono abbuiarlo". 
Ma significativa e anticipatrice del finale è anche la sequenza della "commedia" inscenata da Falstaff e Hal - quasi uno psicodramma, un"'autocoscienza" - nella taverna di Mastro Shallow. "Improvvisiamo una commedia?, suggerisce Falstaff ammiccando. Condotto ad una piattaforma che ricorda un po' un palcoscenico, di fronte a un pubblico di cameriere (e che non sia, tra l'altro, un ammiccamento a Olivier e alla struttura del teatro come luogo shakespeariano che ha ricreato in certi film di Welles?
Falstaff assume dapprima la parte di re Enrico IV, con una pentola per corona, ed imitando comicamente la voce di Gielgud rimprovera Hal per il suo comportamento libertino - per scherzo, si capisce - e si lancia in una spudorata e inattesa difesa di se steso. 
"Tienilo con te, e manda via gli altri!", dice, di Falsraff, il "re" di Falstaff. Ma quando le parti si invertono, Hal, nei panni di suo padre, rivela molto in fretta il suo disprezzo per Falstaff che chiama "vecchio Satana con la barba bianca" in un tono decisamente non comico. 
Falstaff è spinto a un brillante discorso di autodifesa, pieno di spirito e di fanfaronate, ma quando conclude: "Rinuncia al vecchio Jack, rinuncerai al mondo intero", Hal, freddamente, annuisce: "Lo farò". E, proprio in questa sequenza, Welles forse per la prima volta nella sua lunga carriera, dà un'interpretazione emotiva, una grande interpretazione emotiva, a dispetto di coloro che hanno sempre voluto incasellarlo tra gli amori "distaccati". A dispetto, anche, dei "cultori" shakespeariani - come se poi Welles non lo fosse - il dialogo non contiene alcuna aggiunta. 
"Non c'è una sola parola mia nel film: il dialogo - ha ribadito Welles - è tutto di Shakespeare. Mi sono limitato a comporre un mosaico di battute tratte da diverse opere: una sceneggiatura cinematografica scritta da William Shakespeare, dunque. Ma, attenzione: non ho voluto fare un film sulla vita e sulla morte di Falstaff. Io racconto le vicende di un "triangolo": Enrico IV, re usurpatore; suo figlio, il futuro Enrico V, che, salito al trono, abbandona i suoi compagni di sregolatezza e Falstaff il buffone che incarna la Merry England.
.


   
Per gli amanti dei "collegamenti" si può segnalare come questo Campanadas de medianoche entri in diretto rapporto, per esempio, con gli Amberson, dato che ambedue sono canti, elegie funebri per epoche che finiscono - nel primo caso la società rentière americana, qui, in Falstaff la morte della vecchia, gaudente Inghilterra - e che, in questa morte di un determinato periodo di tempo, trascinano con loro i personaggi più "positivi" o "ingenui" ma superati dal corso della storia: là - magari - Isabel o perfino il vecchio Amberson, qui senza dubbio John Falstaff.

Si accennava ad un maggior "rigore" visivo da parte di Welles. Lo troviamo negli ambienti "portanti" della sua rappresentazione cinematografica (cioè la taverna, il palazzo e la battaglia). 
Il Falstaff conferma che Welles, invecchiando, sta perdendo certe incontinenze linguistiche a tutto vantaggio della forza interna della rappresentazione. Non è certo un caso che egli arrivi a questo rigore senza passare per la via della compostezza raffinata ma accademica di un
Olivier e ritrovi piuttosto certi modi dell'ultimo  Eisenstein e di Ivan il Terribile in particolare (gli interni della reggia e della cattedrale, quei fasci di luce sul volto cadaverico del re e dell"'attesa" dei pretendenti e dei rivali); così come, soprattutto nelle sequenze.relative alla battaglia di Shrewsbury, non si possono escludere nemmeno certi giapponesi. 
E proprio la battaglia è uno dei momenti cinematograficamente più di altri del film. La battaglia si svolge tutta tra nebbia, pioggia e fango: Welles l'ha girata sotto una pioggia torrenziale e su un terreno in cui il fango impediva qualsiasi movimento. La violenza degli scontri è evidenziata e sottolineata dai primi piani che, però, non sono mai isolati dal resto del combattimento; dietro c'è sempre presente la battaglia.
Tra una polemica e l'altra questo Campanadas de medianoche ottiene un premio speciale a Cannes, nient'altro. L'accoglienza del pubblico è inesistente. Il film viene distribuito negli Stati Uniti "in silenzio", prima in provincia e poi (ma con estrema "discrezione") anche nelle maggiori città. Pochissimi lo vedono. 
Qualche anno dopo, a Welles arriva un telegramma di Charlton Heston che gli comunicava di avere in mente un film su Falstaff, e voleva sapere se Welles era interessato alla parte. Era una parte che da sempre avrebbe voluto veder recitare a Welles.

Welles e Falstaff sono "fratelli di sangue": 
"Più studiavo la parte, meno mi sembrava allegra - ricorderà \Welles -. Questo problema mi ha preoccupato per tutto il tempo delle riprese... Non mi piacciono molto le scene in cui sono soltanto divertente. Mi sembra che Falstaff sia più un uomo di spirito che un pagliaccio.
È il personaggio cui credo di più, è il personaggio più buono di tutto il dramma. Le sue colpe sono colpe da poco, e lui se ne fa beffe. È buono come il pane, come il vino.
Per questo ho trascurato un po' il lato comico del personaggio: ogni volta che I'ho interpretato mi sono persuaso sempre di più del fatto che rappresenta la bontà e la purezza". 

In effetti, questo Falstaff è abbondantemente wellesiano, e rappresenta lo sviluppo di quella "drammatizzazione" del discorso sul potere iniziata col Processo: discorso che si fa sempre più amaro e melanconico.




Nessun commento: