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giovedì 28 agosto 2014

SABRINA - Billy Wilder


SABRINA
Regia - Billy Wilder
Genere - Commedia sentimentale
Soggetto dal lavoro teatrale Sabrina Fair di Samuel A. Taylor
Sceneggiatura - Samuel A. Taylor, Billy Wilder, Ernest Lehman
Produttore - Billy Wilder
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia - Charles Lang
Montaggio - Arthur P. Schmidt
Effetti speciali - Farciot Edouart
Musiche - Frederick Hollander
Tema musicale - La vie en rose (di Piaf, Louiguy), eseguita da Audrey Hepburn
Scenografia - Hal Pereira, Walter H. Tyler
Costumi - Edith Head e (non accreditato) Hubert de Givenchy
Trucco - Wally Westmore
Lingua originale - Inglese
Paese di produzione - USA
Anno 1954
Durata 113 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro Mono

Interpreti e personaggi

Audrey Hepburn: Sabrina Fairchild
Humphrey Bogart: Linus Larrabee (Larry nel doppiaggio italiano)
William Holden: David Larrabee
Walter Hampden: Oliver Larrabee
Martha Hyer: Elizabeth Tyson
John Williams: Thomas Fairchild
Joan Vohs: Gretchen Van Horn
Marcel Dalio: Barone St. Fontanel
Marcel Hillaire: Il professore
Nella Walker: Maude Larrabee
Francis X. Bushman: Sig. Tyson
Ellen Corby: Sig.na McCardle
Marjorie Bennett: Margaret
Paul Harvey: Dott. Calaway
Nancy Kulp: Jenny
Emory Parnell: Charles

Doppiatori italiani

Renata Marini: Audrey Hepburn
Emilio Cigoli: Humphrey Bogart
Giuseppe Rinaldi: William Holden
Lauro Gazzolo: Walter Hampden
Rosetta Calavetta: Martha Hyer
Manlio Busoni: John Williams
Carlo Romano: Marcel Hillaire
Giovanna Scotto: Nella Walker
Stefano Sibaldi: Francis X. Bushman
Amilcare Pettinelli: Marcel Dalio
Rina Morelli: Ellen Corby
Giovanna Cigoli: Marjorie Bennett
Cesare Polacco: Paul Harvey
Wanda Tettoni: Nancy Kulp
Mario Besesti: Emory Parnell

Premi

1 Premio Oscar 1955 (su 6 nomination): migliori costumi (bianco e nero)
1 Golden Globe 1955: migliore sceneggiatura
National Board of Review Awards 1954: miglior attore non protagonista (John Williams)





TRAMA - Sabrina è una graziosa ragazza, ingenua e romantica, è la figlia dell'autista di una ricca famiglia americana. Fin dall'infanzia è segretamente innamorata di David, il più giovane e scapestrato tra i figli del padrone. David non s'accorge neppure della sua esistenza e questo spinge Sabrina ad un tentativo di suicidio senza serie conseguenze, dopodiché la ragazza parte per Parigi, dove suo padre la manda per farle dimenticare le sue idee romantiche. 
Torna dopo due anni trasformata: non più romanticamente trasognata, ma conscia della propria bellezza. David, sulle prime non la riconosce, poi se ne innamora fulmineamente, al punto di trascurare del tutto la ricchissima fanciulla che dovrebbe sposare. 
L'atteggiamento di David preoccupa il fratello maggiore, Linus, che dirige l'importante azienda paterna: egli vede in pericolo il matrimonio, al quale è combinata un'importante combinazione finanziaria. 
Poiché un banale incidente costringe David a stare a letto alcuni giorni, Linus ne approfitta per fare una corte spietata a Sabrina, fingendosi innamorato e proponendole di andare insieme a Parigi. Egli compera i biglietti per il viaggio col proposito di farla imbarcare e all'ultimo momento lasciarla sola. 
Ma le cose vanno diversamente, perché Sabrina s'innamora veramente di lui ed anche Linus s'accorge alla fine d'esser innamorato di lei. I due andranno insieme a Parigi, mentre David sposerà la ricca ereditiera.



Audrey Hepburn: Sabrina Fairchild

COMMENTO - Con Sabrina, Billy Wilder inaugura la serie delle "rivincite dei brutti". In questo film si fronteggiano William Holden (David, fratello minore) e Humphrey Bogart (Linns, il maggiore), di ricca e scombinata famiglia (i Larabee). Nel gioco che ha per posta Sabrina (Audrey Hepburn), figlia dello chaufieur della casa, Holden rappresenta naturalmente il givane, il bello, ma alla fine della storia Sabrina non sposerà lui. 
Non c'è dubbio che ciò rappresenti un altro aspetto di quella contestazione delle regole proprie ai generi, che Wilder porta avanti dall'interno. L'affermarsi dell'amore del giovane su quello dell'anziano era una convenzione abbastanza fortemente codificata nei finali di film rosa, commedie ecc.: la trasgressione, perciò, non è di poco conto, tanto più che il Bogart qui mostrato non è l'avventuriero misterioso e affascinante di Casablancama un signore maturo, pignolo e un po' ridicolo, che va sempre in giro con un ombrello.
Non potremmo affermare che Bogart, Ewell o Walston, per quanto più anziani dei loro antagonisti, configurino, psicanaliticamente, fantasmi paterni. Tra l'alto, i due Lartabee hanno già un padre (Walter Hampden), abbastanza ingombrante e birichino; siamo invece di fronte, almeno in Sabrina, al tipico rapporto di fratellanza sadica (non priva, almeno secondo i maligni, di corrispondenze nei rapporti reciproci sul set tra Holden, Bogart e la Hepburn, con Wilder a fare da parafulmine) sostenuta da gag come quello di Holden che si siede, rompendoli, sui bicchieri che ha dimenticato di aver nascosto sopra di sé, e da una struttura di incastro erotici che slittano I'uno sull'altro in un perenne "fuori tempo". 
La sorpresa del finale, col trionfo dell'anziano, è solo l'ultima d'una serie di frustrazioni che riguardano la struttura stessa di questa comédie des méprises: Sabrrna ama; non riamata, David; David ama Sabrina, che non l'ama più; Linns odia Sabrina e, per staccarla da David, finisce con l'amarla; solo nel finale si registra una provvisoria pacificazione, che lascia però fuori proprio colui che sembrava dovesse esserne gratificato.

Senza moralismi, né forzature, Wilder mette qui in opera, secondo quella che è forse, con Arianna, la sua regia più lubitschiana, in direzione dell'accumulo, dell'affastellamento di materiali, procedimenti e stilemi di origini diverse, la cui stessa eterogeneità sovrabbondante giocherebbe nel senso del barocco. Ancora una volta, Wilder smentisce, in parte, le sue origini viennesi, non fa Sternberg e neppure Curtiz; si tratta invece, almeno in Sabrina, di eccesso nel senso molto wilderiano di "presa alla lettera". 
Le convenzioni del film sentimentale, della commedia rosa (il chiaro di luna, la gita in barca, il mancato suicidio, ecc, ), sono assunte senza che nulla arrivi a turbare il loro ormai pacifico status di stereotipi allo stato puro, diremmo quasi di puri significanti. Il risultato è come un vuoto di contenuto, una mancanza, nel cui risucchio galleggiano i frammenti dispersi del vecchio "tutto tondo" hollywoodiano.



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