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martedì 23 settembre 2014

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO (Investigation of a Citizen Above Suspicion) - Elio Petri




INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO
Regia - Elio Petri
Soggetto - Elio Petri, Ugo Pirro
Genere - Drammatico, thriller
Sceneggiatura - Elio Petri, Ugo Pirro
Fotografia - Luigi Kuveiller
Montaggio - Ruggero Mastroianni
Musiche Ennio Morricone
Scenografia - Carlo Egidi
Produttore - Marina Cicogna, Daniele Senatore
Casa di produzione - Vera Film
Distribuzione (Italia)  Euro International Film
Paese di produzione - Italia
Anno 1970
Durata 112 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Gian Maria Volonté: il dirigente di polizia
Florinda Bolkan: Augusta Terzi
Gianni Santuccio: il questore
Salvo Randone: l'idraulico
Orazio Orlando: brigadiere Biglia
Arturo Dominici: dottor Mangani
Aldo Rendine: dottor Panunzio
Sergio Tramonti: Antonio Pace, l'anarchico
Vittorio Duse: Canes
Massimo Foschi: il marito di Augusta Terzi
Fulvio Grimaldi: Patanè, giornalista di Paese Sera
Doppiatori originali
Ileana Zezza: Augusta Terzi
Corrado Gaipa: l'idraulico

PREMI

1971 - Premio Oscar
Miglior film straniero (Italia)

1970 - David di Donatello
Miglior film a Daniele Senatore e Marina Cicogna
Miglior attore protagonista a Gian Maria Volonté

1971 - Nastro d'argento
Regista del miglior film a Elio Petri
Miglior attore protagonista a Gian Maria Volonté
Miglior soggetto a Elio Petri e Ugo Pirro
Nomination Miglior produttore a Daniele Senatore e Marina Cicogna
Nomination Miglior sceneggiatura a Elio Petri e Ugo Pirro

1970 - Globo d'oro
Miglior film a Elio Petri
Miglior attore a Gian Maria Volonté

1972 - Premio Oscar
Nomination Migliore sceneggiatura originale a Elio Petri e Ugo Pirro

1971 - Golden Globe
Nomination Miglior film straniero (Italia)

1970 - Festival di Cannes
Grand Prix Speciale della Giuria a Elio Petri
Premio FIPRESCI a Elio Petri
Nomination Palma d'Oro a Elio Petri

1972 - Kansas City Film Critics Circle Award
Miglior film straniero






  
TRAMA

Roma. Il giorno stesso della sua promozione al comando dell'ufficio politico della questura, il capo della sezione Omicidi, uomo all'antica e reazionario, assassina la propria bellissima amante nel suo appartamento, in via del Tempio nº 1. 
Il film è realizzato con la tecnica dei flashback, nei quali viene rivelato che Augusta Terzi, la giovane ragazza uccisa, invitava il commissario ad abusare del proprio potere o a narrarle particolari scabrosi cui aveva assistito nelle vesti di poliziotto o, ancora, lo provocava parlandogli di una sua relazione con un giovane "rivoluzionario" che altri non è, poi, che lo studente Pace. Consapevole e contemporaneamente incapace di sostenere il potere che egli stesso incarna, il poliziotto dissemina la scena del delitto di prove e, durante le indagini, alternativamente ricatta, imbecca e depista i colleghi che si occupano del caso. Se in un primo momento ciò che guida il protagonista pare essere l'arroganza di chi confida nella propria insospettabilità, la veridicità di questa convinzione viene via via smentita dai fatti.
Il poliziotto assassino, in virtù della vittoria dell'ordine costituito, finisce per agognare la propria punizione, che tuttavia gli viene preclusa dal suo potere e dalla sua posizione: l'unico testimone dei fatti, l'anarchico individualista Pace, non vorrà denunciarlo per poterlo ricattare ("Un criminale a dirigere la repressione: è perfetto!"... esclama durante l'interrogatorio).

Il protagonista oramai deciso sulla sua posizione autopunitiva, consegna una lettera di confessione ai suoi colleghi, e - invocando quale unica attenuante il fatto di essere stato continuamente preso in giro dalla propria vittima - s'impone gli arresti domiciliari: a casa, nell'attesa del suo arresto ufficiale, si addormenta e sogna di essere costretto dai suoi superiori e colleghi, che analizzano e rifiutano la validità degli indizi e delle prove, a firmare la "confessione della propria innocenza". 
Al risveglio, con l'arrivo dei pezzi grossi della polizia, lo attende il vero finale che non viene però svelato ed è lasciato in sospeso dal regista. Il film si chiude con l'immagine delle tapparelle che si abbassano nella stanza in cui il protagonista ha appena ricevuto gli inquirenti, mentre sullo schermo appare la citazione di Franz Kafka che chiude il film: 
"Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano."




Florinda Bolkan: Augusta Terzi


   
COMMENTO

Qual è il giorno più indicato per compiere un delitto? Se si è un alto funzionario di polizia, è quello in cui si lascia il comando della squadra omicidi per erigersi a dirigente della 'politica'. 
Forse perché in tal modo si possono meglio occultare le prove a proprio carico? 
No, perché l'assassino non ha alcuna intenzione di occultarle: si dà anzi da fare per accumularle e offrirle su un piatto d'argento ai successori. 
E allora? 
Allora il tema è un altro, e cioè che, nella sua posizione di insospettabile, questo cittadino è convinto di farla franca, in quanto incarna la Legge. 
Lo diceva anche Kafka nel Processo, come recita la didascalia che conclude il film: "Qualunque imposizione faccia su di noi, egli è servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano".

Il film di Elio Petri lndagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, scritto con Ugo Pirro, mette in scena questo apologo grottesco, affidandolo alla recitazione parossistica di Gian Maria Volonté. ll quale nel ruolo dell'ispettore, anzi più propriamente del 'dottore' senza nome, è un vero coautore, cui principalmente si dovette il successo dell'audace scommessa, fino all'Oscar '71 per il miglior film straniero.
ln un'intervista rilasciata alla rivista francese Écran 72 che, ospitandola, ricordava come al festival di Cannes del 1970 il cinema italiano fosse rappresentato appunto da lndagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, a quello del '71 da Sacco e Vanzetti di Montaldo, a quello del '72 da ll caso Mattei di Rosi e da La classe operaia va in paradiso ancora di Petri, e come di tutti e quattro il protagonista fosse sempre lui, Volonté spiegava: 
"Lavoro sui miei personaggi come chi svolge un'inchiesta e raduna tutta la documentazione possibile. Mi preparo dunque su un piano giornalistico più che drammatico, usando lo stesso materiale raccolto dagli sceneggiatori. Così, per il commissario di lndagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto il suo modo di camminare, i suoi atteggiamenti, la sua parlata, perfino la sua pettinatura, corrispondono a una tradizione precisa che risale in Italia all'amministrazione dei Borboni e la cui immagine si ritrova oggi costantemente nei ministeri".



Gian Maria Volonté: il dirigente di polizia

Perfetto. Il racconto entra subito in medias res. ln una palazzina liberty dal décor dannunziano (del resto un ritratto dell'Orbo Veggente occhieggia pure nell'ufficio del questore) il capo appena dismesso della sezione omicidi esegue compitamente il suo personale omicidio tagliando la gola, mentre fanno all'amore sotto funeree lenzuola, alla signora che, come si apprenderà nei frequenti flash-back, condivideva con lui giochetti sado-maso ispirati alla routine della buoncostume e alle macabre scoperte della criminalpol. Ma insieme, oltre a tradirlo con uno degli odiati studenti contestatori, lo umiliava con I'accusa di 'infantilismo sessuale': l'onta più rovente, da lavare col sangue.
Ora, promosso all'incarico superiore, il nostro cittadino speciale, già ansioso non di depistare i sospetti, quanto di attirarli sopra di sé, ne ritrae nuovo slancio a puntare la provocazione su un piano più elevato: il Potere non ha motivo di nascondere i propri delitti, anzi deve sfidare la società firmandoli
E così nei meandri della questura si sviluppa, tra euforia autoritaria e cedimenti nervosi, tra sparate eccentriche e ripiegamenti autopunitivi, il delirio di onnipotenza di colui che, in fondo, è il più fragile dei questurini. Sindrome che, a quanto pare, può ripetersi nella storia: la politica italiana l'ha riportata in auge, confermando l'attualità del film anche a un quarto di secolo di distanza.
In questo poliziotto-omicida (ch'era di per sé una bella mazzata all'Ordine costituito) il ghigno isterico si alterna alla sicumera dell'intoccabile, e il bisogno inconfessato di persuadersi delle proprie ragioni si esprime nella velleità di passare da democratico e perfino da socialista! Da comiziante urla "repressione è civiltà", ma nel confronto a quattr'occhi col giovane testimone in grado di incastrarlo, crolla miseramente quando s'avvede che costui lo ritiene un semplice granello nell'ingranaggio di una repressione che è criminalità. E allora si decide a mettere per iscritto la propria colpevolezza. 
Ma l'attesa del giudizio si converte in uno scherzo dell'inconscio: egli immagina che superiori e colleghi non credano alla confessione e anzi pretendano da lui una dichiarazione d'innocenza. 
Che cosa succederà realmente, il film non lo dice: il finale rimane aperto, siglato dalla frase di Kafka.
Volgendo al maschile il titolo di un film psicoanalitico di Nelo Risi, si potrebbe parlare di "diario di uno schizofrenico". Per Volonté un ventaglio ideale, una tastiera da gran virtuoso. L'attore entra nella parte con tutta la sua capacità di trasformare un simbolo nel più riconoscibile e realistico dei modelli. 
ll look inappuntabile, la testa impomatata, la falcata manageriale, soprattutto quel gergo centromeridionale prodigiosamente inventato, e aderentissimo. Rovesciata come un guanto, anzi come un calzino, la tracotanza ducesca del personaggio emana volgarità, arroganza, cattivo odore. E nel contempo il macho latino, il fascista esibizionista, si adegua alla ritirata mutando la faccia feroce in untuosità sottomessa e servile. 
Trascorrendo con eguale padronanza dalla virulenza appunto di facciata a una penosa debolezza interiore, I'interprete ne ricompone, per così dire, la persona, intesa anche nel senso antico di 'maschera'.
Dall'unità artistica così ottenuta emerge, per citare un altro titolo, la tragedia di un uomo ridicolo.







Quando il film apparve, gli spettatori di una certa età vi trovavano rispecchiata la paura delle passate generazioni di fronte ai metodi della polizia, ma potevano tirare un respiro di sollievo vedendo con quale baldanza essi venivano finalmente esorcizzati dalla contestazione del Sessantotto. 
Era uno scambio fecondo, anche se non pienamente risolto nella struttura narrativa, tra esperienze della storia e tensioni dell'attualità, che Volonté e Petri - subito dopo impegnati in un'lpotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli - ponevano al centro del lavoro comune. 

Proseguiva quell'intervista francese: "Passo in seguito a una preparazione di tipo critico-analitico sul personaggio, sulla sua psicologia: il che mi porta a determinare l'atteggiamento generale che devo tenere nel film. Infine subentrano i rapporti dialettici normali tra l'attore e il regista: discutiamo fino a raggiungere insieme la visione del problema da risolvere, beninteso lasciando a chi dirige l'ultima decisione in merito".

Così parlava Gian Maria Volonté al momento della sua stagione più grande. La giuria di Cannes, assegnando la Palma d'oro ex-aequo al Caso Mattei e alla Classe operaia, gli aveva appena attribuito il riconoscimento solenne per il suo duplice apporto di protagonista. 
Ed egli descriveva il proprio 'metodo' con un rigore, una passione e anche una modestia, le quali ci fanno ulteriormente misurare l'entità della perdita che il cinema internazionale ha patito con la sua scomparsa. 
Cinema italiano, europeo, ma anche latino-americano, come dimostra il suo Tiranno Banderas ultimamente approdato anche da noi.



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