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giovedì 2 ottobre 2014

FILIPPO (Philip) - Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri

FILIPPO

Tragedia in versi in cinque atti di Vittorio Alfieri. Composta a più riprese tra il 27 marzo 1775 e il 29 dicembre 1781, venne modificata nel dicembre 1782 (edizione Siena 1783) e subì un ulteriore rimaneggiamento nel 1785 (edizione Parigi 1787).



PERSONAGGI

Filippo
Isabella
Carlo
Gomez
Perez
Leonardo

Guardie e consiglieri


ATTO I

Isabella di Valois, regina di Spagna e moglie di Filippo II, è innamorata del figliastro Carlo, a cui in un primo tempo era stata promessa in base al trattato di Cateau-Cambrésis; ma, isolata, finge di soffrire per I'adattamento a un ambiente nuovo. 
Carlo, da quando il padre gli ha sottratto Isabella, vuole rivalersi su Filippo, che considera il proprio figlio un pericolo politico. Isabella non tace il suo amore per Carlo, ma, per salvare entrambi, gli impone di starle lontano.
Carlo ne è turbato, ma è rincuorato dall'amico Perez.


ATTO II 

Filippo ordina al fido Gomez di assistere a un suo colloquio con Isabella, per spiarne le reazioni davanti alla sorte di Carlo: Filippo lascia decidere alla moglie la punizione di Carlo, che sta per porsi a capo della ribellione delle Province Unite. 
Isabella rabbonisce Filippo, consigliandogli di essere indulgente con Carlo. Fiiippo accoglie il suggerimento e, davanti alla moglie, interroga Carlo sui sospetti contatti con i ribelli; Carlo propugnala clemenza verso i sudditi come qualità degna di un re. 
Data la nobiltà d'animo dei figlio, Filippo lo perdona, invitandolo a riconoscere la benefica influenza della matrigna. 
Congedati Carlo e Isabella, Gomez conferma a Filippo il loro adulterio.


ATTO III

Davanti al Consiglio della corona Filippo accusa Carlo di tentato omicidio durante la notte, con l'aggravante, esposta da Gomez, di un accordo segreto con i Francesi per diventare re di Spagna, dopo aver ceduto una cospicua parte del territorio ai nemici. Si invoca la condanna a morte di Carlo, accusato di essere divenuto protestante, ma Perez difende l'onestà e fa appello al padre più che al re. 
Filippo congeda i consiglieri, delegando a un'assemblea allargata a rappresentanti della Chiesa la decisione sulla sorte di Carlo, terrorizzato da una macchinazione a causa del repentino mutamento di Filippo.


ATTO IV

Di notte, mentre Carlo attende un messaggio di Isabella, viene colto da Filippo, che lo fa arrestare e incarcerare. Isabella apprende sgomenta del destino di Carlo dallo stesso Filippo, che le fa intendere di essere anch'essa coinvolta. 
Il Consiglio, intanto, condanna a morte Carlo; Isabella ottiene I'aiuto di Gomez per farlo fuggire.


ATTO V

Isabella penetra nella cella di Carlo, il quale, all'udire il nome di Gomez come suo salvatore, comprende che il padre ha scoperto il loro amore e vuole incastrarli; vedendosi perduto, invita Isabella a salvarsi e a confidare in Perez. 
Filippo li sorprende, rinfaccia a Isabella, da lui mai amata, di non rispettare I'autorità regia e annuncia loro eguale pena. Isabella accusa Filippo di essere responsabile di questo amore clandestino, poiché non ha conquistato il cuore della moglie sottratta al figlio. 
Gomez reca la spada con cui ha ucciso Perez e Filippo lascia ai condannati la scelta del suicidio: Carlo si trafigge con la spada ancora macchiata del sangue dell'amico; Isabella vorrebbe avvelenarsi, ma Filippo le impone di scontare la sua pena vivendo. 
Isabella, allora, si avventa sul pugnale del marito, uccidendosi. 
Filippo ordina a Gomez la segretezza assoluta.



COMMENTO

L'opera si compone di cinque atti: i dialoghi sono solitamente brevi, ma intensi. In alcune scene, vi è ancora una predilezione del dialogo a scapito dell'azione, ma già si intravedono i caratteri distintivi della drammaturgia alfieriana, come la velocità di svolgimento del fatto drammatico, l'interruzione del verso a favore di un dialogo dal gusto moderno, la presenza della morte violenta in scena.

Filippo è il primo grande tiranno spietato e con sete di potere, ma ha una propria umanità perché consapevole che la ragione della sua infelicità è la solitudine di cui si circonda. Questo pensiero, tuttavia, non è espresso se non nell'ultima battuta della tragedia, nella quale Filippo si interroga se la morte che ha seminato lo abbia in qualche modo soddisfatto.

La figura di Filippo domina nell'opera, al punto che la sua sola presenza in scena proietta una sinistra ombra sugli astanti: la scelta del cattolicissimo monarca come protagonista dell'opera fu, per l'Alfieri, il pretesto per un'invettiva, dal sapore del tutto massonico, non solo contro la tirannide ma anche contro la religione, avvertita come serva del potere politico. Non a caso, del resto, Filippo oppone, agli umani argomenti di Don Carlos, la ragion di stato, schermando i suoi reali sentimenti di odio verso il figlio.

Don Carlos è il primo eroe alfieriano che trova la liberazione nella morte: secondo l'idea di rinnovamento tragico propugnato dal drammaturgo, la morte non è, però, sublimata come vuole la tradizione classicista francese, ma repentina e drammatica. Don Carlos non accompagna la scena dalla morte al dialogo, utile a smorzare i toni dell'evento tragico in scena e a sublimare nel pathos un atto estremo, ma si spegne in due soli versi, nei quali invita Isabella ad uccidersi a sua volta per liberarsi della tirannide di Filippo.

Isabella di Valois è la prima figura femminile dell'Alfieri psicologicamente complessa e contraddittoria. Inizialmente docile e di animo puro, diviene poi risoluta sovvertendo il proprio personaggio: a dispetto di precedenti morti al femminile, che soggiungono tramite avvelenamenti, ritenuti più adatti e nobili al gentil sesso poiché privi di sangue, Isabella si dà la morte con il ferro ed in maniera repentina, non dilungandosi in nessuna considerazione sul suo atto. Il suicidio, inoltre, non è utilizzato in funzione religiosa, con l'intento di sottolineare un gesto che porta alla vita eterna (e al martirio) come già il teatro barocco aveva fatto, ma come libera scelta dell'individuo e come atto liberatorio.


La morte di Don Carlos ed Isabella funge da premessa alla rappresentazione della morte violenta in scena, che il retaggio classicista aveva interdetto in nome del buon gusto: dall'esempio alfieriano, le morti violente e volontarie riempiono le scene italiane con una netta predilezione dell'azione sul dialogo. (Wiki)


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