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venerdì 31 ottobre 2014

FINO ALLA FINE DEL MONDO (Until the end of the world - Bis ans Ende der Welt) - Wim Wenders


FINO ALLA FINE DEL MONDO 
Titolo originale - Bis ans Ende der Welt
Regia - Wim Wenders
Paese di produzione - Germania, Australia, Francia
Genere - Film drammatico, fantascienza
Soggetto - Peter Carey, Wim Wenders, Solveig Dommartin
Sceneggiatura - Peter Carey, Wim Wenders
Fotografia - Robby Müller
Montaggio - Peter Przygodda
Effetti speciali - Frank Schlegel
Musiche - Graeme Revell
Scenografia - Thierry Flamand, Sally Campbell
Anno 1991
Durata 158 minuti 
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

William Hurt: Trevor McPhee/Sam Farber
Solveig Dommartin: Claire Tourneur
Sam Neill: Eugene Fitzpatrick
Max von Sydow: Henry Farber
Jeanne Moreau: Edith Farber
Rüdiger Vogler: Philip Winter
Eddy Mitchell: Raymond
Chick Ortega: Chico

Premi

Guild Film Award





   
PREMESSA - "Non ho mai inseguito nessun progetto per un arco di campo così lungo. Ho iniziato a lavorarci nel 1987 durante il mio primo viaggio in Australia. L'idea di partenza, dunque, è il mio incontro con questo continente (...).Ho provato subito il desiderio di fare un film, come se quel paesaggio reclamasse una storia di fantascienza., (W. Wenders, Le souffle de l'ange).
Progetto coltivato dunque per quasi quindici anni, Fino alla fine del mondo rappresenta a tutt'oggi il tentativo più ambizioso - in parte frustrato dalle tiepide accoglienze di critica e pubblico - di coniugare autorialità e spettacolo da parte di un regista che, a partire da Paris ha rivelato inaspettate potenzialità commerciali.





   
TRAMA - II 1999 sta finendo. Un satellite nucleare in avaria minaccia di cadere sulla Terra. In viaggio da Venezia a Parigi, Claire ha un incidente con l'auto di due rapinatori, che le affidano la loro refurtiva. Poi incontra Trevor McPhee, misterioso individuo che, braccato, le chiede un passaggio. A Parigi i due si separano e Claire torna dal suo uomo, lo scrittore Eugene; ma accortasi che Trevor le ha sottratto parte del denaro, ed in realtà attratta da lui, decide di mettersi alla sua ricerca. Lo ritrova a Berlino, ma I'uomo le sfugge, costringendola a ingaggiare il detective Winter per rintracciarlo. 
Inizia così un lungo inseguimento che porta la donna a Lisbona, poi a Mosca, quindi in treno fino a Pechino e infine a Tokyo. Qui Claire, che nel frattempo si è liberata di Winter e
del sopraggiunto Eugene, rirova finalmente Trevor, che accetta il suo amore e si confessa: il suo vero nome è Sam Farber e sta girando il mondo per riprendere, con una speciale telecamera inventata dal padre scienziato e ricercata dal servizio segreto americano, una serie di immagini che potranno essere viste dalla madre cieca. 
Dopo una tappa a San Francisco, i due giungono in Australia, dove si trova il rifugio-laboratorio dei Farber e dove vengono raggiunti da Eugene e Winter. 
Intanto il satellite viene fatto esplodere, lasciando il gruppo ignaro sulle sorti del resto del pianeta. L'esperimento con la telecamera riesce, ma la tanto desiderata visione della realtà delude Edith Farber, che si lascia morire proprio mentre nasce il 2000 e dal mondo giungono segnali di vita. 
L'ambizioso Henry Farber sviluppa le sue ricerche giungendo a videoregistrare i sogni: gli fanno da cavie Claire e Sam, che ben presto diventano schiavi del consumo delle immagini del proprio inconscio. Sarà Eugene a salvare la ragazza da questa droga visiva, "disintossicandola" con le parole del romanzo che ha nel frattempo ultimato. Sam, invece, ritrova se stesso grazie al contrario con la cultura aborigena. 
Un anno dopo, mentre Sam visita la tomba del padre, Claire è su un'astronave, dove lavora al controllo dell'inquinamento terrestre.





    
COMMENTO - Come gran parte della critica ha sottolineato, FINO ALLA FINE DEL MONDO è un enorme contenitore di temi e ossessioni dell'universo wendersiano: il cinema (molto meno che in passato, in verità) e la musica (il rock del futuro di Lou Reed, Nick Cave, Talking Heads, Patti Smith, U2 e di tutti gli altri autori dei brani inseriti nella colonna sonora), il viaggio e la frontiera ,i mezzi di trasporto e quelli di comunicazione, la parola scritta e la famiglia, la ricerca di identità e il riconoscimento dei propri modelli artistici (Ozu e Vermeer). 
Ma l'accumulo delle costanti non deve far perdere di vista gli elementi di novità che Wenders, cineasta in continua evoluzione e votato alla ricerca (anche stilistica, come confermano le sperimentazioni con l'alta definizione per la realizzazione delle sequenze oniriche) riesce ad introdurre. Innanzitutto sul piano narrativo: 
"I miei film precedenti - dichiara il regista - erano molto lineari, anche con delle divagazioni c'era sempre un personaggio o due attraverso cui seguirne lo sviluppo. Qui la molteplicità dei personaggi ha fatto sì che per la prima volta ho avuto l'impressione che il film non riflettesse un unico sguardo". 
Naturalmente, fatti salvi la centralità diegetica di Claire e I'importanza della voce fuori campo del narratore Eugene, questa peculiarità risulta maggiormente evidente nella versione di 5 ore montata successivamente da Wenders e presentata nel novembre del 1993 al festival Europa Cinema di Viareggio col titolo di Trilogie bis ans Ende der Web, in cui personaggi secondari acquistano maggiore spessore e, soprattutto nella parte australiana, le psicologie risultano meglio sviluppate e chiarite. 
L'impressione, comunque, è che l'autore abbia voluto mettere alla prova la sua rinnovata fiducia nel potere del racconto, abbandonandosi liberamente al piacere della narrazione ed assumendo fatalmente il partito preso della contaminazione: di personaggi, città e continenti e, soprattutto, generi cinematografici, dal thriller al melò, dalla commedia alla fantascienza.
A indicare in Fino alla fine del mondo una tappa fondamentale nell'itinerario artistico di Wenders è soprattutto una doppia presa di coscienza manifestata dall'autore non senza dolore e pessimismo. La prima riguarda la vanificazione dell'idea del viaggio come ricerca dell'identità e conoscenza di sé e del mondo; anzi, in un'epoca che ha esaurito tutti i possibili Altrove, indica piuttosto la fine della possibilità stessa dello spostamento: difatti, nel film, "i personaggi sono in continuo movimento, ma ciò che ci viene mostrato degli spostamenti sono le tappe (camere d'albergo, stazioni del metro, uffici, sale di ristorante, appartamenti, hotel, il corridoio di un treno da cui non si vede neppure il paesaggio esterno), in una continuità fluida e compatta, come se il tutto si svolgesse in una sola, sia pur vasta, metropoli. 
L'altra, senza dubbio più sofferta, riguarda la perdita di sacralità dell'immagine (non del cinema), la sfiducia nella sua capacità comunicativa, cui non a caso si contrappone la pregnanza della parola scritta (il romanzo di Eugene). 
Proseguendo una riflessione sul problema della visione da sempre presente nel suo cinema ma di recente divenuto assolutamente centrale nel suo operare (anche teorico, come testimoniano le numerose dichiarazioni e il volume L'atto di vedere), Wenders giunge a sottolineare, in una metafora lucidissima e diretta, il pericolo di un incontrollato proliferare delle immagini nella nostra civiltà, il rischio che la smania di riprodurre la realtà si traduca nell'incapacità di vederla (la perdita della vista causata in Sam dall'uso della speciale telecamera), la necessità di imporre dei limiti morali alla riproduzione visiva (i sogni espropriati e trasferiti su monitor come materia di intrattenimento). 
È con questa consapevolezza che Wenders, compiuta la sua "danza intorno al pianeta" (è il titolo del romanzo di Eugene), si appresta a far ritorno a Berlino, dove nel frattempo, benché un muro sia caduto, gli uomini non hanno smesso di soffrire né gli angeli di osservarli.


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LISBON STORY - Wim Wenders



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