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giovedì 25 dicembre 2014

IL COLOSSO DI RODI (The Colossus of Rhodes) - Sergio Leone






IL COLOSSO DI RODI
Regia - Sergio Leone
Soggetto - Sergio Leone
Genere - Epico, avventura
Sceneggiatura - Sergio Leone, Luciano Chitarrini, Ennio De Concini
Produttore - Michele Scaglione per Cineproduzioni Associate
Distribuzione (Italia)  Filmar
Fotografia - Antonio L. Ballesteros
Montaggio - Eraldo Da Roma
Musiche - Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia - Vittorio Rossi
Costumi - Vittorio Rossi
Lingua originale - Inglese
Paese di produzione - Italia, Spagna, Francia
Anno 1961
Durata 136 minuti
127 minuiti (versione ridotta)
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Rory Calhoun: Dario
Lea Massari: Diala
Georges Marchal: Peliocle
Conrado San Martín: Tireo
Ángel Aranda: Koros
Mabel Karr: Mirte
George Rigaud: Lisippo
Roberto Camardiel: Serse
Mimmo Palmara: Ares
Félix Fernández: Carete
Carlo Tamberlani: Xenon
Alfio Caltabiano: Creonte
José María Vilches: Eros
Antonio Casas: Ambasciatore dei Fenici
Yann Larvor: Mahor

Doppiatori italiani

Giuseppe Rinaldi: Dario
Lydia Simoneschi: Diala
Emilio Cigoli: Peliocle
Nando Gazzolo: Tireo
Massimo Turci: Koros
Maria Pia Di Meo: Mirte
Bruno Persa: Lisippo
Carlo Romano: Serse
Glauco Onorato: Ares
Giorgio Capecchi: Carete
Pino Locchi: Creonte
Gualtiero De Angelis: Ambasciatore dei Fenici
Renato Turi: Eteocle

TRAMA - A Rodi, il tiranno Serse ha fatto edificare dall'architetto-scultore Carete un colosso a guardia del porto e della città. La statua, in bronzo dorato e alta 32 meri, ha il compito di impedire le scorrerie dei fenici e di permettere un controllo rigoroso sulle navi in partenza, con una complessa serie di meccanismi difensivi comandati dall'interno.
A Rodi serpeggia il malcontento e la rivolta è sul punto di scoppiare. Gli oppositori del tiranno, guidati da Peliocle e dai suoi fratelli, attentano più volte alla vita di Serse, che però riesce sempre a salvarsi. Peliocle e i suoi, allora, cercano di avvicinare Dario, eroe ateniese vincitore dei Persiani, che si trova a Rodi per riposare: sperano di convincerlo a passare dalla loro parte, e di ottenere con ciò l'aiuto di Atene per rovesciare la tirannide. Dario, che nel frattempo si è innamorato della bella Diala, figliastra di Carete, capisce dopo qualche resistenza iniziale che Peliocle combatte per la giustizia, e tenta di abbandonare Rodi nonostante il divieto di Serse. Ma la nave, comandata da Peliocle, è fermata all'imboccatura del porto: qualcuno aziona il meccanismo che fa cadere il fuoco dal braciere del colosso e l'imbarcazione è avvolta dalle fiamme.
Dario e gli alti sono catturati, imprigionati e sottoposti a torture; intanto i Fenici preparano I'invasione di Rodi entrando in città travestiti da schiavi e attendendo di essere in numero sufficiente per sferrare I'attacco. Il fratello più giovane di Peliocle è testimone dello stratagemma, e quando Dario e gli altri prigionieri sono condotti al cospetto di Serse, guida un'azione a sorpresa riuscendo a liberarli. Una volta raggiunto il nascondiglio, Peliocle e i suoi uomini studiano un piano per scongiurare il pericolo fenicio, ma Dario torna a Rodi da Diala e, credendola sincera, si confida con lei, Diala in realtà complotta con Tireo, il "fido" consigliere di Serse: una volta consegnata la città ai Fenici, sarebbe lei a essere incoronata regina.
Dario scopre il doppio gioco della donna e fugge tuffandosi dalla cima del colosso mentre Diala, ormai accecata dal miraggio del potere, lascia che anche Carete, un'idealista deciso ad opporsi ai suoi piani, sia ucciso dagli uomini di Tireo. 
Quando Dario torna al nascondiglio, trova gran parte dei compagni morti: la sorella di Peliocle, Mirte, lo accusa di tradimento, ma lui fugge e raggiunge la città dove, nel circo, Peliocle e gli altri superstiti stanno per essere messi a morte. L'intervento di Dario coincide con l'attacco dei Fenici: Serse viene ucciso, e nella confusione generale i prigionieri riescono a fuggire.
Tornato all'interno del colosso, Dario aziona il meccanismo che apre le sbarre dei sotterranei ma, mentre tutti i prigionieri escono all'aperto, viene
nuovamente sopraffatto e catturato. All'orizzonte compaiono le vele della flotta fenicia: prima che possano raggiungere il porto, tuttavia, un violento maremoto le distrugge. Mente la tempesta sconvolge Rodi, Diala libera Dario e muore schiacciata da una trave. Dario abbandona il colosso un attimo prima che il terremoto lo abbatta facendolo precipitare in mare. Anche Tireo muore ucciso da Ares, fratello di Peliocle.
Placatasi la tempesta, Dario, Peliocle e gli altri superstiti si allontanano da ciò che resta della città per ricostruirla in un'altra parte dell'isola.




  
COMMENTO - Secondo la Storia, il colosso di Rodi fu costruito tra il 304 e il 301 a.C., e venne distrutto da un terremoto intorno al 226 a.C. ma i riferimenti storici del film sono abbastanza confusi. Vi si parla degli arconti, che ressero la città di Atene tra il 600 e il 300 a.C,, e comunque in epoca anteriore alla conquista romana (dopo la quale l'arcontato fu mantenuto soltanto come istituzione nominale), ma si fa anche comprendere come la potenza ateniese sia ancora nel suo pieno splendore. L'ateniese Dario (Rory Calhoun) vanta una recente partecipazione alla battaglia navale di Isso: in realtà la battaglia fu combattuta da Alessandro Magno contro I'esercito persiano di Dario III nel 333 a.C., quindi almeno trent'anni prima dell'inizio della costruzione del colosso. Si accenna alle guerre persiane di Atene, che erano state combattute nel secolo prece€dente. Dunque, non è la Storia lo scopo dell'autore.

Sarebbe un errore pensare che Il colosso di Rodi ricalchi pedissequamente gli schemi del genere kolossal. Certo, il film rispecchia il gusto spettacolare dell'epoca, ma le trasgressioni non mancano. Ciò rivela in Leone un autore già avviato a create quell'universo iconografico e mistico che Io condurrà - da Per un pugno di dollari (1964) in poi - a reinventare il western.

Che il film sia un kolossal lo testimoniano i costumi, le scenografie, le musiche d'atmosfera del veterano Angelo Francesco Lavagnino, le numerose scene di massa e quei piccoli segni inconfondibili rappresentati dalle esibizioni di danzatrici e giocolieri alla corte del tiranno, dagli intrighi di palazzo, dal circo con bighe e leoni, e naturalmente dalla catastrofe finale come purificazione voluta dalla collera divina: un espediente vecchio come il cinema. Ma, pur costretto a servirsi di questi luoghi comuni, Leone se ne affranca con una serie di situazioni e particolari "incongrui" (come il clamoroso "errore" storico di mostrare il circo e i leoni, spettacolo sconosciuto alla civiltà greca almeno nel periodo, antecedente alla conquista romana, in cui è ambientata la vicenda). 
Per il resto, accetta anch'egli gli anacronismi tipici del kolossal: personaggi credibili soltanto per i costumi che indossano ma non per i tratti somatici, dialoghi costellati di espressioni "fuori epoca". 
Dario dice a Diala (Lea Massari): "Ma come, non ti senti conquistata dal mio sguardo?". 
E lei risponde: "Le ragazze di Atene lo trovano irresistibile?". 
Più avanti, in fuga dal palazzo di Serse, Dario trova ad attenderlo l'amico Lisippo (Jorge Rigaud) che, reggendogli le briglie del cavallo, gli si rivolge così: "Monta,i convenevoli a dopo!". 
Approntando un ariete per abbattere la porta del colosso, Peliocle (George Marchal) esclama: "Bene, così! Con questo li staneremo dal colosso, quei maledetti fenici!".

Ma gli anacronismi più curiosi sono quelli che rimandano alle storie di ambientazione medievale o cavalleresca, perché non sembrano dovuti a disattenzioni di sceneggiatura, ma a una consapevole volontà di deviare dall'asse storico del film: i passaggi segreti del palazzo, il ponte levatoio da cui si accede al braciere del colosso, le catapulte che gettano liquido bollente sugli assalitori, la camera delle torture e addirittura un falcone incappucciato. D'altronde, la stessa concezione architettonica della statua è quella tipica del torrione di un castello, con una scala a chiocciola che lo percorre in tutta la sua altezza e con i sotterranei adibiti a prigione.

Tutto questo, però, importa meno dell'ironia. Leone vi ricorre rivelando spirito di trasgressione nei confronti di una materia per cui prova un interesse relativo. È però necessario distinguere: Il colosso di Rodi presenta situazioni ironiche al loro interno, e particolari ironici esterni al racconto. 
Tra le prime, poco importanti, ricordo l'aggressione notturna a Dario da parte di Peliocle, Ares e Creonte. L'intensità drammatica si affievolisce via via e sfiora la comicità grazie alla presenza di Lisippo che, per paura dei tuoni, dorme con i tappi nelle orecchie e non si accorge di quanto avviene a due passi da lui. 
Tipica situazione anticlimax in cui la progressione drammatica è interrotta da un dettaglio burlesco di tono diverso.
In fondo, non esce dalla convenzione neppure la scena della morte del tiranno Serse (che ha le banali fattezze di tanti Nerone dello schermo), colpito da una freccia subito dopo aver pronunziato la frase. "Fino a quando avrò un attimo di vita...": esempio tipico di battuta del dialogo contraddetta dall'avvenimento immediatamente successivo.




    
Molto più interessanti, per individuare le strade che percorrerà Leone, sono i tocchi narrativi sparsi qua e là in maniera del tutto gratuita, come citazioni o rimandi iconografici. Alla fine del prologo, un soldato sopravvissuto all'attacco dei ribelli suona un grande gong: un gesto che non ha alcun seguito nel racconto, ma che ricorda il simbolo della casa di produzione inglese Rank (uno schiavo che percuote un gong), di solito collocato - come qui - immediatamente prima dei titoli di testa. 
Più avanti, la scena del duello tra Dario e i soldati di Tireo sulla cima del colosso, con le evoluzioni dei personaggi sulla spalla e sul braccio della statua, è un dichiarato omaggio all'Hitchcock di Intrigo internazionale, 1959); all'inseguimento sul monte Rushmore tra le facce scolpite dei presidente. 
Infine, quando la testa della statua si apre per lasciare uscire il liquido bollente;il colosso assume l'inconfondibile aspetto della Statua della Libertà. 
Leone racconta una storia dell'antichità greca, ma già pensa alla terra dei suoi sogni, l'America.

Se non può sottrarsi alle convenzioni del genere, il regista non se ne lascia però travolgere. Anzi, ne mette in luce tutta la artificiosità. Così, la catastrofe finale, non particolarmente "distruttiva" se paragonata ad altre dell'epoca, è più un tributo al genere che una autentica necessità narrativa (Leone veniva da Gli ultimi giorni di Pompei, in cui due città erano cancellate dalla faccia della terra, è l'anno successivo avrebbe diretto la seconda unità di Sodoma e Gomorra,1962, di Robert Aldrich - una catastrofe biblica con rovine e distruzioni totali). 
La combinazione di maremoto e terremoto che abbatte il colosso e distrugge parte della città di Rodi appare ben poca cosa. Del resto, il regista non sfrutta neanche tutte le possibilità spettacolari offerte dalla sceneggiatura: le navi fenicie avvistate all'orizzonte un attimo prima della tempesta saranno sicuramente affondate dal maremoto, ma senza che ciò venga mostrato, quasi che chi aveva orchestrato l'episodio, si fosse poi dimenticato di concluderlo. 
L'episodio del cataclisma, inoltre, dichiara continuamente la propria falsità, la propria cartapesta: il kolossal vive di trucchi, effetti speciali e modellini, ed è in questa direzione che Leone si muove per svelare i meccanismi nascosti. Certo, il margine di intervento rimane relativo, non tale da permettere "evasioni"  come quelle di Bava e Fellini che, rispettivamente per I tre volti della paura (1963) e per E la nave va (1983), con un carrello indietro rivelavano addirittura i macchinari del set cinematografico. Quelle di Leone sono piuttosto allusioni, sempre riferite al cardine spettacolare del film, la statua del colosso. 
Quando Dario, dopo essere stato rinchiuso da Diala in un passaggio segreto, piomba involontariamente nel pieno di una congiura di palazzo. Tireo sta mostrando al messo fenicio un modellino del porto di Rodi sovrastato da un colosso in miniatura (forse lo stesso usato nella scena finale della distruzione). È chiaro il riferimento ai modellini adoperati nel film, e ciò è ancora più evidente nelle numerose scene ambientate all'interno del colosso, dove compaiono ingranaggi e meccanismi che azionano botole, tranelli e difese. 
L'intento del regista è quindi duplice: da un lato mostrare il funzionamento del colosso (una necessità del racconto, interna al film), e dall'altro svelarne la falsità (una necessità dell'autore, esterna al film). Proprio questo sdoppiamento del piano narrativo - continuamente sospeso tra il gioco di prestigio e la rivelazione del trucco - è la cifra stilistica più notevole del film.

La tipologia dei personaggi, per quanto tradizionale e caratteristica del genere, può suggerire qualche riflessione. Dario è "l'eroe", ma per Leone questo è un concetto relativo (nel western diverrà fondamentale, più che altro per la sua assenza). Con il sorriso smagliante e la perfetta abbronzatura, appare come la quintessenza del personaggio positivo. 
Col progredire del racconto scopriamo però che il suo eroismo emerge soltanto dai dialoghi degli altri personaggi: si fa un gran parlare delle vittorie e del coraggio di Dario, ma nulla giustifica tanta fama. 
Quando la storia si avvicina all'epilogo, anch'egli dovrà ovviamente uscire allo scoperto, ma il fatto stesso che tutto si risolva con una catastrofe naturale relega il contributo umano in secondo piano. 
Insomma, Dario è il perfetto fantoccio manovrato dal destino e più ancora, dalle convenzioni del genere. Semmai, il vero eroe sembrerebbe Peliocle, il capo dei ribelli: di poche parole, forte, leale, votato alla causa della libertà, ma altrettanto rapidamente accantonato dall'autore, cui I'eroismo tradizionale non interessa.

Più interessante è la definizione delle figure femminili. All'inizio per Leone la donna riveste un ruolo marginale e accessorio, strumentale alla vicenda o a qualche suo sviluppo (evolverà poi con C'era una volta il Westma sarà una evoluzione storica più che concettuale). 
Qui Diala, la presunta eroina, è bella, vanitosa (innumerevoli le volte in cui si sofferma davanti allo specchio, un espediente che suggerisce anche la sua doppiezza) e soprattutto traditrice. Con un facile simbolismo caro al cinema avventuroso classico, da quando svela la propria autentica natura Diala indossa sempre un vestito nero. 
Altrettanto tradizionalmente, muore dopo aver liberato Dario, redimendosi per amore. 
L'altro personaggio femminile del film, Mirte, la sorella di Peliocle segretamente innamorata di Dario, è privo di carattetizzazione proprio perché inutile nell'economia della vicenda. 
È tuttavia quest'ultima, tra le due, a rivelare meglio la funzione della donna nel cinema di Leone (Diala, per quanto priva di spessore psicologico, recita pur sempre un ruolo da protagonista, e questo non rientra negli schemi iniziali dell'universo mitico dell'autore). 
A un personaggio femminile .autenticamente protagonista si giungerà soltanto con C'era una volta in America: Deborah avrà lo spessore psicologico e la complessità che mancano sia a Diala (uno stereotipo), sia a Jill di C'era una volta il West (un freddo simbolo).

C'è un'altra cosa, che a prima vista rientra nelle convenzioni del genere, ma che serve a intuire il futuro percorso del regista. La caratterizzazione dei personaggi è approssimativa anche perché I'epoca in cui è ambientato il film lasciava all'uomo, frenato dal valore degli dei e dall'incombere del destino, uno scarso margine di intervento sulla propria vita e ancor più sulla Storia. 
È un concetto che l'autore manterrà e approfondirà: il destino, che qui è il Fato del mito greco, distrugge la tirannide e I'intera isola di Rodi sostituendosi ai progetti degli uomini. 
È quello stesso ineluttabile destino che Leone mostrerà nei suoi molteplici aspetti in tutta la sua opera, fino a renderlo elemento fondamentale in Giù la testa e coprotagonista, insieme al Tempo, del grande affresco di C'era una volta in America.

Il colosso di Rodi introduce un elemento fondamentale che ritroveremo in tutti i film dell'autore: una base storica (qui Rodi, poi saranno il West, il Messico della Rivoluzione e l'America del proibizionismo) su cui costruire un universo fittizio, formato da tanti elementi mitici che convergono in un quadro radicalmente trasgressivo rispetto alle convenzioni della fedeltà storica. 
Vi sono poi alcune anticipazioni, come l'uso di "luoghi" tipici del western, che però nei western Leone non userà mai (il collo di un prigioniero trapassato da una freccia; una manciata di polvere negli occhi dell'avversario per uscire da una situazione disperata). 
Alcune scene, invece, si ritroveranno debitamente elaborate nei film successivi: un inseguimento notturno a cavallo che tornerà in Per un pugno di dollari; la scoperta dei cadaveri nel nascondiglio dei ribelli da parte di Dario, riproposta in Giù la testa (i corpi nelle grotte di San Isidro). 
Da sottolineare infine la presenza di uno straniero - Dario - con il compito di far lievitare il racconto, come saranno Clint Eastwood in Per un pugno di dollari, Charles Bronson in C'era una volta il West e James Coburn in Giù la testa.

Quattro anni più tardi, I'arrivo di un altro straniero in una polverosa cittadina del New Mexico avrebbe conquistato il mercato cinematografico italiano e internazionale, rinnovando in maniera radicale un genere ormai codificato da decenni di esperienze americane. 
Questo rinnovamento, in realtà, non avrebbe fatto altro che affrettare la fine del western; la combinazione di affetto e di rancore che diverrà la caratteristica fondamentale del cinema di Leone - autore sospeso fra la reverenza verso il mito e la necessità di riportarlo a dimensioni più brutalmente realistiche - produrrà un effetto devastante. 
Con la creazione di un nuovo mito dalle caratteristiche diametralmente opposte a quelle elaborate dal western americano, sostituendo un fatalismo mortuario alla vitalità dell'epoca della conquista, Leone sarebbe divenuto uno degli autori più innovativi del cinema (non solo italiano).


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