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domenica 11 gennaio 2015

ANTIGONE - Vittorio Alfieri



     
ANTIGONE
Vittorio Alfieri
Tragedia in versi in cinque atti  
Ideata e stesa in prosa a Pisa nel maggio 1776
versificata nel 1777, rifatta nel 1781 
ulteriormente modificata per l'edizione senese del 1783
Rappresentata a Roma nel teatro privato dell'ambasciatore di Spagna,
 il duca Grimaldi, il 20 novembre 1782.

Personaggi

Creonte
Argia
Antigone
Emone
Seguaci d’Emone e guardie
Coro


ATTO I

Da sei giorni Giocasta è morta, suicida, dopo il mortale duello tra i suoi figli, Eteocle e Polinice. Creonte regna a Tebe, dopo aver scacciato Edipo, che ora vaga ramingo per la Grecia, e ha proibito la sepoltura di Polinice in quanto traditore, lasciandone esposto il cadavere in campo aperto, pena la morte. 
Nottetempo penetra nella reggia Argia, vedova di Polinice e figlia di Adrasto, re di Argo, giunta dalla sua patria per riportarvi le ceneri del consorte, sperando nell'aiuto della pietosa Antigone, determinata a dare sepoltura al fratello. 
Antigone guida Argia a recuperare la salma di Polinice.


ATTO II

Emone intercede presso il padre Creonte affinché tolga il crudele divieto, ma Creonte odia implacabilmente tutta la stirpe di Edipo, ancor più dopo aver perso il suo figlio maggiore Meneceo, uccisosi per salvare Tebe, avverando il responso di un oracolo. 
Il divieto è però violato: Antigone e Argia sono arrestate mentre accendono la pira funebre e per entrambe è decretatala condanna a morte, da eseguirsi all'alba.


ATTO III

Emone, poiché il padre non perdona le due donne, deve rivelargli di amare Antigone, ammirata dai Tebani per la sua virtù, l'unico pericolo per il trono di Creonte. Con una mossa puramente politica Creonte pone ad Antigone un'alternativa: o sposerà Emone, legittimando la sua ascesa al trono, oppure affronterà la morte. 
Dato l'ostinato rifiuto di Antigone, per la quale le nozze con Emone sono un tradimento alla propria famiglia, Creonte le concede tutto il giorno per riflettere. Emone non riesce a dissuaderla dal proposito suicida, ma si propone di salvarla a tutti i costi.


ATTO IV

Antigone, decisa, si avvia al patibolo, ma Emone tenta di bloccare l'esecuzione: prima annuncia l'arrivo di Teseo re di Atene, in armi, a reclamare la restituzione alle vedove delle urne degli Argivi caduti; poi spiega al padre che uccidere la figlia del re alla luce del sole potrebbe aggravare i malumori della popolazione e scatenare una rivolta. Creonte allora muta le modalità della pena: a notte fatta, Antigone verrà sepolta viva nello stesso campo in cui ha onorato il corpo di Polinice. 
Emone minaccia di morte Creonte, ma è trattenuto dalle parole di Antigone, che confessa di amarlo, ma vuole scontare su di sé le colpe della propria stirpe. 
Per acquistarsi la fama di sovrano tollerante e non inimicarsi Argo, Creonte rilascia Argia concedendole di portare in patria le ceneri del marito, ma vietandole di rivedere Antigone.


ATTO V

Scesa la notte, Antigone e Argia si incontrano per l'ultima volta e sono separate a forza. Creonte, temendo che le guardie abbiano pietà di Antigone, la fa svenare da uno sgherro fidato: quando giunge Emone in armi per sottrargliela, la vendetta è ormai compiuta. Emone si trafigge e ordina ai suoi compagni di accostare il suo corpo al cadavere di Antigone. 
Creonte, sconvolto, comprende che questo è solo il primo segno della vendetta divina contro di lui.


Questa tragedia segue, nello svolgimento principale, la storia di Antigone come ci è stata tramandata nella celebre tragedia di Sofocle. Nella tragedia alfieriana, caratterizzata da dialoghi brevi e intensi, i personaggi rimangono identici dall'inizio alla fine, impermeabili a qualsiasi cambiamento, statici.
La protagonista, Antigone, è la sorella di Polinice e Eteocle e vive unicamente per essere utile al vecchio padre Edipo ormai cieco. Il resto della sua vita è soltanto morte e odio. Giocasta, madre e involontariamente moglie di Edipo, da cui ebbe Polinice ed Eteocle, si è uccisa poco dopo la terribile catastrofe con cui si conclude Polinice.
Alla morte dei suoi nipoti Polinice ed Eteocle, Creonte, tiranno liberticida, mosso soltanto da avidità di potere, si è impossessato del trono di Tebe, impedendo a chiunque, pena la morte, di organizzare per Polinice i riti funebri necessari per assicurare pace alla sua ombra, mentre ha permesso i funerali di Eteocle.


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