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martedì 3 febbraio 2015

LISBON STORY - Wim Wenders



   
Wim Wenders, nato Ernst Wilhelm Wenders (Düsseldorf, 14 agosto 1945), è un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, fotografo, critico cinematografico e scrittore tedesco. Esponente di primo piano del Nuovo Cinema tedesco, ha conosciuto il successo internazionale dirigendo pellicole quali Lo stato delle cose, Paris, Texas e Il cielo sopra Berlino che gli sono valsi numerosi riconoscimenti di carattere internazionale. Palma d'oro a Cannes nel 1984, ha inoltre ricevuto il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1995 e l'Orso d'oro alla carriera al Festival del Cinema di Berlino nel 2015.


LISBON STORY

Regia - Wim Wenders
Soggetto - Wim Wenders
Sceneggiatura - Wim Wenders
Fotografia - Lisa Rinzler
Montaggio - Peter Przygodda, Anne Schnee
Effetti speciali - Jaime Brito
Musiche - Madredeus
Scenografia - Zé Branco
Paese di produzione - Germania, Portogallo
Genere - Drammatico
Anno 1994
Durata 105 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Rüdiger Vogler: Phillip Winter
Patrick Bauchau: Friedrich Monroe
Joel Ferreira: Zé
Teresa Salgueiro: sé stessa




  
L'atto di ascoltare

All'indomani di Così lontano così vicino (In weiter Ferne, so nah!), forse per scrollarsi di dosso I'etichetta di regista "filosofico" guadagnata con gli ultimi film, Wim Wenders manifesta in più occasioni il desiderio di cimentarsi con i toni leggeri della commedia. II primo risultato di questo inedito orientamento è un cortometraggio, Arisha, l'orso e l'anello di pietra (Arisha, der Bär und der steinerne Ring) presentato nel 1994 alla Mostra di Venezia. Un road-movie lirico e divertito, una moderna favola interetnica che vede il regista nei panni di un buffo Babbo Natale armato di telecamera. Ma l'approccio più esplicito, e al contempo sofisticato, avviene col lungometraggio successivo, il diciassettesimo della filmografia wendersiana.
Ci sarebbero tutte le premesse per un reportage sul modello Tokio-Ga (1985), ed invece il regista tedesco, sempre pronto a trasformare in spunti narrativi le suggestioni ambientali, opta per la finzione: non un documentario su Lisbona, dunque, ma la storia di qualcuno impegnato a girare un documentario su Lisbona.





   
TRAMA

Berlino. Phillip Vinter, di professione tecnico del suono, riceve una cartolina: è il suo amico Friedrich Monroe, regista cinematografico, che lo prega di raggiungerlo subito a Lisbona. 
Giunto nella capitale portoghese dopo un avventuroso viaggio in auto, Phillip scopre che Friedrich è sparito. Al suo posto, nel grande appartamento nell'antico quartiere dell'Alfama, ci sono una vecchia cinepresa a manovella, una moviola e rulli con la pellicola girata da Friedrich: immagini di Lisbona, mute, riprese con passo diverso e in un meraviglioso bianco e nero virato in seppia, del tutto simili a quelle realizzate dai cineoperatori delle origini. 
Nessuno sa dove sia finito Friedrich, né i bambini che frequentano spesso I'appartamento e si dilettano con una videocamera, né il gruppo che ha composto le musiche per il suo film e la cui cantante, Teresa, suscita I'attrazione di Phillip. 
Installatosi nella casa dell'amico, Phillip decide di andare alla ricerca dei suoni da accoppiare a quelle immagini. Di giorno, così, va in giro registrando tutti i rumori di questa città sconosciuta: le voci dei barrios, i tram dell'Alfama, i battelli sul Tago, le auto sul ponte del 25 Aprile, ma anche i piccioni, il mercato del pesce, l'arrotino. 
Di sera, a casa, lavora alla moviola e poi, prima di addormentarsi, legge Pessoa. 
Un giorno, per strada, Phillip ritrova Friedrich. Scopre così che l'amico ha abbandonato il suo film e anche la sua casa: adesso vive quasi come un barbone, vagabondando per la città per riprendere immagini senza guardarle, quindi casuali, grazie ad una minuscola videocamera appesa alle spalle e rivolta all'indietro. 
"Oggi - gli dice - le immagini vendono il mondo, non ci si può più fidare di loro. Le uniche immagini pure sono quelle non viste". 
Ma Phillip non è d'accordo: "Le immagini in movimento possono ancora fare quello per cui sono state inventate cento anni fa".
L'ultima sequenza ce li mostra insieme al lavoro, con la cinepresa e il microfono, per le vie di Lisbona.





  
COMMENTO

Sono molti gli elementi che legano Lisbon Story a Der Stand der Dinge (1982).
Innanzitutto l'ambientazione portoghese: lì la spiaggia di Sintra, qui Lisbona, peraltro già attraversata velocemente dai personaggi di Bis ans Ende der Welt (Fino alla fine del mondo) e adesso autentica protagonista del film, terza città decisiva nell'immaginario wendersiano dopo Berlino e Tokyo. Quindi l'aspetto narrativo: al centro di entrambi, infatti, c'è la storia della realizzazione di un film condita da una misteriosa scomparsa (lì il produttore, qui il regista).
Infine, e soprattutto, i due film propongono perfettamente inseriti nelle pieghe del racconto, una riflessione sul mezzo cinematografico, l'istituzione di una contrapposizione teorica destinata ad esplicitarsi attraverso una resa dei conti finale tra due personaggi. 
Se il confronto, nel film del 1982, era tra due diverse concezioni del cinema (europea e americana), la posta in gioco, in quest'ultimo, è la sopravvivenza stessa del cinema, la sua ragion d'essere di fronte alle nuove frontiere inaugurate dal mezzo elettronico.
Come il Wenders teorico degli ultimi tempi, Friedrich non crede più nelle immagini: troppo inflazionate per potere ancora aderire al reale, troppo mercificate per riuscire a raccontare la verità. 
Ma la tesi del personaggio è insostenibile. Non I'annullamento del proprio punto di vista occorre per ritrovare immagini indispensabili, bensì proprio l'opposto: l'assunzione di una responsabilità, l'affermazione del proprio ruolo di aurore. 
È un sincero atto di fiducia nel cinema, linguaggio di immagini e suoni, quello che Wenders ci consegna pertanto con Lisbon Story. A testimoniarlo basta una sola sequenza: quella del bivacco del cow-boy simulato da Phillip con gli effetti sonori, per il suo valore di omaggio alle potenzialità evocative del mezzo audiovisivo, fa il paio con quella delle ombre cinesi in Im Lauf der Zeit (Nel corso del tempo - 1975). E naturalmente, per stessa ammissione dell'autore, Lisbon Story non può non costituire il personale omaggio di Wenders al Centenario del cinema. 
II modo scelto dal regista tedesco è quello di guardare all'indietro, alle sue origini. Attraverso le immagini accelerate girate da Friedrich e, soprattutto, come accennato all'inizio, attraverso espliciti riferimenti alle comiche del muto, all'universo magico e irripetibile di Charlie Chaplin e Buster Keaton: dal personaggio di Phillip, buffo e maldestro nel suo rapporto con gli uomini e con le cose, all'imitazione di Charlot compiuta, nel suo straordinario cammeo da Manoel de Oliveira.


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