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lunedì 10 agosto 2015

INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO (Indiana Jones and the Temple of Doom) - Steven Spielberg



INDIANA JONES e il tempio maledetto
Titolo originale - Indiana Jones and the Temple of Doom

Genere - Avventura, azione, commedia
Regia - Steven Spielberg
Soggetto - George Lucas
Sceneggiatura - Willard Huyck e Gloria Katz
Produttore - Robert Watts
Produttore esecutivo - Frank Marshall e George Lucas
Fotografia -Douglas Slocombe
Montaggio - Michael Kahn e George Lucas
Effetti speciali - David Fincher, Industrial Light & Magic
Musiche - John Williams
Scenografia - Elliot Scott
Paese di produzione - Stati Uniti d'America
Anno 1984
Durata 118 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Harrison Ford: Indiana Jones
Kate Capshaw: Wilhelmina "Willie" Scott
Jonathan Ke Quan: Short "Shorty" Round
Amrish Puri: Mola Ram
Roshan Seth: Chattar Lal
Philip Stone: Cap. Phillip Blumburtt
Roy Chiao: Lao Che
Ric Young: Kao Kan
David Yip: Wu Han
D.R. Nanayakkara: Sciamano
Dharmadasa Kuruppu: Capo Villaggio
Raj Singh: Maharaja Zalim Singh
Pat Roach: Guardia del corpo di Mola Ram
Dan Aykroyd: Earl Weber
George Lucas: Missionario
Steven Spielberg: Turista all'aeroporto
Arthur F. Repola: Ospite del Maharaja
Arjun Pandher: Ragazzo prigioniero

Doppiatori italiani

Luigi La Monica: Indiana Jones
Rossella Izzo: Wilhelmina "Willie" Scott
Giuppy Izzo: Short "Shorty" Round
Mario Bardella: Mola Ram
Carlo Reali: Chattar Lal
Marco Guadagno: Kao Kan
Tonino Accolla: Wu Han
Sergio Fiorentini: Sciamano
Arturo Dominici: Capo Villaggio
Fiamma Izzo: Maharaja Zalim Singh
Mauro Gravina: Earl Weber
Paolo Buglioni: Ospite del Maharaja
Corrado Conforti: Ragazzo prigioniero

Premi

1 Oscar 1985: migliori effetti speciali


   
PREMESSA - Incalzato dal successo del primo Indiana Jones tre anni prima, Spielberg decide con Lucas di proseguire la saga. Non lo fa certo per questioni economiche e nemmeno di prestigio: il trionfo di E.T non molto tempo prima ha messo il regista al riparo da qualsiasi preoccupazione in questo senso. Si tratta piuttosto di un divertimento (come del resto era gia stata la prima pellicola della serie), ma, ahimé, un divertimento che sembrerebbe imposto dalle circostanze. Indiana Jones e il tempio maledetto (Indiana Jones and the Temple of Doom, 1984) infatti ha tutti idifetti del primo film senza possederne i pregi.
È possibile che il cambio di sceneggiatori abbia influito sulla sua riuscita: a Lawrence Kasdan, passabile regista ma ottimo script writer, succedono Willard Huyck e Gloria Katz, la coppia vincente del vecchio American Graffti (1973) che lanciò lo stesso George Lucas, buoni per un cinema piacevole e tranquillo, non certo per i vorticosi tours de force dell'irrefrenabile archeologo. Eppure si sente che, al di là della sceneggiatura, manca alla pellicola la passione creativa forte e fantasiosa dell'altra, che il regista ha diretto forse un film spielberghiano ma non un film di Spielberg.




  
TRAMA - Siamo in Cina, poco tempo prima che incominci l'avventura narrata in I predatori dell'arca perduta. Mentre sulla scena di un night di Shanghai la bella Willie interpreta in cinese un nurnero di canto e danza, Indiana sta mercanteggiando con un gangster locale, che alla fine riuscirà a strappargli il vasetto con le ceneri che Indiana si è procurato in cambio di un diamante. Ma i cattivi non intendono perdere la pietra preziosa, e comincia una rissa mozzafiato, dal momento che Indiana è nel frattempo stato avvelenato e che non riesca ad impadronirsi dell'antidoto continuamente preso a calci dalla folla impaurita e in fuga. 
Fuggito con la ragazza a bordo di un'auto guidata da un cinesino di nome Shorty, Indiana si reca all'aeroporto e fugge con gli altri due su un aereo che però è pilotato da due uomini del gangsterr,  i quali, sorvolando I'lndia, si lanciano col paracadute.
Dopo un atterraggio di fortuna, per la verità molto avventuroso, i due vengono soccorsi da un villaggio i cui abitanti sono in preda alla paura. Viene infatti loro spiegato che in un vicino palazzo alberga il Male: gli uomini del Maraja hanno rubato al villaggio la pietra sacra e da quel momento una terribile siccità ha ridotto allo stremo la comunità. Per di più nel palazzo sembra siano tenuti prigionieri tutti i bambini del villaggio. 
Indiana comprende che si tratta di una favolosa pietra legata alla leggenda di Shankara e che fa parte di un gruppo di cinque, di valore inestimabile. Col piccolo Shorty e la riluttante Willie, egli si mette allora in strada per il palazzo, ove i tre vengono accolti con riguardo  e riserbo. A cena, fra piatti orripilanti e disgustosi, vedono il Maraja, poco più che un bambino e sentono confutare le Iamentele del villaggio come leggende e folklore.
La notte, mentre Indiana e Willie si corteggiano battibeccando, I'archeologo sta per essere ucciso da un thug. Insospettito, Indiana trova un passaggio segreto, sotto al quale assiste, insieme ai suoi compagni, a un sacrificio umano molto cruento e crudele: sono i seguaci della dea Khali, che tengono in pugno il Maraja e I'intero luogo. 
Indiana, che ha notato tre delle pietre sacre nella statua della dea, scende e le ruba, ma viene presto catturato, come del resto anche Willie e Shorty.
ll bambino viene messo a lavorare nella sottostante miniera insieme a centinaia di coetanei ivi tenuti schiavi al fine di scavare per ritrovare le altre due pietre mancanti, necessarie al culto vittorioso della dea, e Willie viene preparata per essere sacrificata per mano dello stesso Indiana che all'uopo viene drogato. Ed in effetti Indiana sta per sacificare la ragazza, quando Shorty, Iiberatosi, lo previene risvegliandolo con una torcia. 
Indiana, ripreso possesso delle sue facoltà, affronta allora il malvagio sacerdote capo e i suoi accoliti, salvando la ragazza da una morte orrenda nel fuoco. Ma Indiana non è contento: resta da liberare l'intero gruppo di giovani schiavi. 
Dopo un'impari lotta con i carcerieri thug, i bambini riescono a rivedere la luce del sole, mentre per sfuggire ai malvagi, i tre protagonisti si imbarcano in una rocambolesca fuga su un carrello della miniera, finita la quale devono riuscire a sfuggire a un'enorme massa d'acqua che invade i cunicoli.
Usciti dalle viscere della terra, si ritrovano davanti il gran sacerdote e i suoi accoliti, decisi a recuperare le tre pietre. Incastrato su un ponte sospeso su un abisso sopra acque infestate di coccodrilli, Indiana taglia le liane di sostegno. 
I tre riescono ad aggrapparsi, e come loro anche il sacerdote, che però alla fine cade nel baratro. Indiana ritorna al villaggio con i bambini liberati, libero di unirsi a Willie sotto gli occhi sorridenti di Shorty.




     
COMMENTO - Indiana Jones e il tempio maledetto, si diceva, è un film debole. Ha alcuni momenti di bellissimo cinema, come vedremo, ma nell'insieme manca di mordente. Il senso dello spazio, Ia tumultuosa geografia del primo film è assente da questa pellicola quasi claustrofobica che insiste su alcuni temi ossessivi dell'altro: i serpenti e gli insetti e il disgusto che ispirano, il confronto con i quattro elementi, la lotta impari con enormi bestioni orientali in turbante muniti di scimitarre, la ricerca di una pietra dalle supposte proprietà magiche e dal valore incalcolabile, tutto è ormai abbastanza scontato, tutto è stato gia visto, addirittura prevedibile. Ed anzi, per dare allo spettatore una sensazione di novità Spielberg deve indulgere in qualcosa che di norma non è nelle sue frecce, il vero e proprio orrore: la mano del sacerdote che fruga nel petto della prima vimima in cerca del suo cuore appartiene più a Cronenberg che a Spielberg, e mentre nel primo ha un preciso senso (anche teorico) nel secondo la cosa suona forzata, conculcata in un tessuto narrativo che anche più di I predatori denuncia - e vuole denunciare - un forte senso del comico, una larga matrice metalinguistica, autoreferenziate densa d'ironia. 
No, qualcosa non quadra in questo film rossastro e un po' sporco, nel quale un sanguinario culto indiano si sposa a precisi riferimenti vudù e che peraltro rimanda al solito Frazer nella molla che fa scattare l'azione (il villaggio come vera e propria waste land orbata non a caso della sua discendenza). 
Tutto abbastanza normale per una fiaba, ma questo non è il monomito di Joseph Campbell, troppi elementi desunti da troppe diverse tradizioni si fondono insieme perché la storia sia non certo credibile (e come lo potrebbe?), ma accettabile. Certo, la pellicola non è un trattato di antropologia né di folklore, ma da questo momento in poi Spielberg cederà spesso alla tentazione di delegare al puro spettacolo quello che insieme ad esso deve invece contribuire a fare di un film non un ammasso di idee strampalate, ma una struttura organica incredibile finché si vuole ma pur sempre autonoma e coerente (vedremo più avanti quanto peggio siano andate in questo senso le cose con Jurassic Park).
Un paio di sequenze, peraltro, bastano a farci riconoscere il grande uomo di cinema e a riscattare questo impianto poco convincente: la celebrata corsa sui carrelli, magistralmente condotta col montaggio mozzafiato del solito Michael Kahn, una lunga sequenza che lascia trasparire la "poetica da parco dei divertimenti" dell'autore. 
I tre affrontano il pericolo gridando a più non posso come una famigliola deliziosamente impaurita sulle montagne russe (gita tuttavia complicata dagli assalti a più riprese da parte degli indiavolad thug). Ma soprattutto la sublime seguenza d'apertura con i titoli di testa dove, in una cornice scenica orientale, Willie canta Anything Goes di Cole Porter in cinese (una vera dichiarazione teorica, soprattutto con quel titolo: come a dire, questo è un episodio della saga di Indiana Jones, certo, ma sia chiaro che qua dentro dovete aspettarvi di tutto, anche quel che non c'entra), mentre sullo sfondo uno stuolo di girls in cilindro e costumi smaglianti balla in stile Busby Berkeley: un momento alto del film, non foss'altro che per la sorpresa di un numero tanto familiare dopo una messa in scena che se all'inizio appare decisamente asiatica, si rivela poi la versione americana dell'orientalismo in stile Broadway, una specie di Flower Drum Song, (Rodgers & Hammerstein) in cui l'esponente di falsità è al quadrato, poiché somma la ricostruzione del cinema a quella del teatro.
Nell'insieme tuttavia si respira nella pellicola un'aria da Predatori di serie B: non tanto nell'abilità di ripresa, che è talora virtuosistica, quanto nell'impianto soggettistico e in taluni riferimenti secondari di scenografia.
È peraltro evidente che Il tempio maledetto affìda le sue carte a un'ironia e a un'autoreferenzialità molto maggiori che nel primo film, ma non sostenuto dalla stessa convinzione questo rischia di sprecare le già poche cartucce su cui può contare.
Taluni ammiccamenti, poi, sprizzano sentimentalismo e auroindulgenza: la figura di Shortj, non si sa bene da dove salti fuori, né perché mai intrattenga tanta amicizia con Indiana, e quanto ai ragazzini che sorridono quando il piccoletto finalmente si ribella nella miniera, suonan più come un Dickens di seconda mano che uno Spielberg di marca (a proposito, ma
non erano i britannici che di solito tenevano i ragazzini in miniera?).
E scontata, contraddittoria è anche la lotta finale col thug imbattibile che alla fine muore come Isadora Duncan, intrappolato dal suo turbante che finisce come una sciarpa nella macina. 
Insomma, meccanismi che funzionano (molto migliore quello della rissa iniziale al night cinese, decisamente più inventivo), ma modelli usurati. Il tempio maledetto è soltanto una postilla dal retrogusto schmaltz nella vicenda clamorosa di Indiana Jones: ne ha la stessa qualità di eccesso, ma non di imprevedibilità, e il suo impianto è davvero quello di un parco dei divertimenti, un luogo nel quale - come è noto - normalmente, se non si hanno sette anni, non ci si diverte poi tanto.


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