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giovedì 24 settembre 2015

L'IMPERO DEL SOLE (Empire of the Sun) - Steven Spielberg



  
L'IMPERO DEL SOLE 
Titolo originale  - Empire of the Sun
Regia - Steven Spielberg
Genere - Drammatico, guerra, biografico
Soggetto - J.G. Ballard (libro)
Sceneggiatura - Tom Stoppard, Menno Meyjes
Produttore - Kathleen Kennedy, Frank Marshall, Steven Spielberg
Distribuzione (Italia) Warner Bros (1988)
Fotografia - Allen Daviau
Montaggio - Michael Kahn
Effetti speciali Industrial Light & Magic
Musiche - John Williams
Scenografia - Norman Reynolds
Paese di produzione - Stati Uniti
Anno 1987
Durata - 153 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Christian Bale: Jamie "Jim" Graham
John Malkovich: Basie
Miranda Richardson: Sig.ra Victor
Joe Pantoliano: Frank Demarest
Nigel Havers: Dott. Rewlins
Leslie Phillips: Maxton
Masatō Ibu: Serg. Nagata
Rupert Frazer: John Graham
Emily Richard: Mary Graham
Peter Gale: Sig. Victor
Ben Stiller: Dainty

Doppiatori italiani

Stefano Crescentini: Jim "Jamie" Graham
Stefano De Sando: Basie
Pino Ammendola: Frank Demarest
Mino Caprio: Dott. Rewlins
Luigi La Monica: John Graham
Francesco Vairano: Sig. Victor

Premi

2 BAFTA: migliore fotografia (Allen Daviau), miglior colonna sonora (John Williams)
2 National Board of Review Awards 1987: miglior film, miglior regista
Kansas City Film Critics Circle Awards 1988: miglior regista




    
PREMESSA - L'impero del sole (Empire of the Sun,1987) è la registrazione di un momento della storia mondiale che per certi versi - e solo per certi - apre la strada all'opera più drammatica di Spielberg, La lista di Schindler. Sia Il colore viola che L'impero del sole sono film che testimoniano una crescita dei loro protagonisti, ma il primo è un apologo sulla conquista della propria libertà e dignità individuali, il secondo un dramma sulla perdita dell'innocenza.

TRAMA - A Shanghai nel 1941 gli stranieri stanno per passarsela male: la guerra fra Cina e Giappone è nell'aria, così come le truppe d'occupazione nipponiche sono sul suolo cinese. Jamie Graham è il figlio dodicenne di un ricco industriale tessile molto introdotto nella buona società bianca e locale della città. Ma presto la guerra scoppia e la famiglia si ritroverà divisa durante una drammatica corsa per la salvezza nelle srade affollatissime di Shanghai. 
Jamie perde il contatto con la madre e non sa più dove andare. Mezzo derubato dei suoi averi, si reca in casa, dove però trova soltanto la serva locale che sta rubando degli oggetti e lo schiaffeggia.
Per strada di nuovo, viene raccolto da un americano che si arrabatta per sbarcare il lunario insieme a un suo amico, Basie. Questi tenta anche di venderlo, inutilmenre. 
Jamie, ormai ribartezzato più volgarmente Jim, prega gli uomini di tenerlo con loro ed è pronto a mostrare dove si possono razziare case patrizie abbandonate. Solo che li porta involontariamente dove si trovano proprio dei giapponesi, che imprigionano il gruppo.
Mandati in un campo di raccolta insano dove tutti muoiono di infezioni, presto verranno trasferiti presso un altro campo di concentramento dove Jim, che ormai ha visto in faccia la morte, incomincia a organizzarsi con piccoli favori, scambi, baratti e traffici d'ogni genere. 
I Victor, una coppia di inglesi, lo tiene con loro, ma Jim vorrebbe unirsi gruppo americano dove sta Basie e a tal fine si sottopone a una durissima prova che potrebbe costargli la vita. 
Questa gli viene salvata da un giapponesino esterno al campo, come Jim appassionato di aerei. Jim viene così accolto trionfalmente nella baracca americana, dove però presto Basie
verrà pestato a sangue per un tenrativo di fuga. E Jim, che gìà in passato aveva perorato a tal modo la causa del dottore inglese del campo, che gli insegna ogni giorno il latino, si inginocchia per chiedere pietà al comandante per I'amico.
Purtroppo Jim non ha fatto buona guardia agli averi di Basie e presto deve ancora lasciare I'area dell'amico.
Siamo ormai nel 1945 e la controffensiva americana si fa sentire. Un giorno il campo è bombardato a tappero e tutti lo lasciano. Anche Basie se n'è andato, e Jim ne rimane addoloratissimo. Recatosi alla stadio, dopo avere avuto visione dello scoppio dell'atomica, il ragazzo incontra di nuovo il coetaneo appassionato d'aerei e fa amicizia, ma questi, che è staro respinto come kamikaze, finirà ucciso da alcuni amici di Basie. 
È allora che arrivano i soldati americani, cui Jim si arrende così come aveva fatto quattro anni prima con i giapponesi per le strade di Shanghai. E sempre inutilmente. Finalmente, raccolto dalla Croce Rossa, rivedrà il padre e la madre coi quali si riunirà menrre Shanghai festeggia la fine della guerra.




     
COMMENTO - Tratto da un libro del noto scrittore britannico James G. Ballard, L'impero del sole è il primo lungometraggio di Spielberg dopo Lo squalo che non lascia spazio alla commedia o comunque a parentesi distese, leggere. Ma mentre là tutto giocava sul terrore, qui la situazione è davvero aristotelica: un personaggio cade dalla grande ricchezza alla grande miseria e I'azione ruota sulla trepidezione per quel che il fato gli ha riservato, soprattutto se si tien conto che si tratta di un ragazzo.
Sì, è scontato, la pellicola tratta della perdita dell'innocenza causata da un avvenimento traumatico come la guerra, e ricorda Sciuscià di De Sica, Germania anno zero di Rossellini, I bambini di Hiroshima di Kaneto Shindo, Giochi proibiti di Clément, L'infanzia di lvan di Tarkovskij. I titoli possibili sono molti. Io vi aggiungerei un bel film sottovalutato del britannico Alexander Mackendrick, Sammy va a Sud (1962), se non altro perché la situazione esteriore è simile: la zona dell'azione iniziale, Porto Said, è coloniale, il Regno Unito vi ha una parte importanre (e Sammy è inglese), il piccolo protagonista si inoltra in un lungo viaggio con un contrabbandiere di diamanti alla fine del quale recupera la famiglia (anche se non proprio i genitori, che sin dall'inizio sono mord). Anzi, verrebbe da dire che in certo senso il vero film spielberghiano fra i due è quello di Mackendrick, ché vi si respira continuamente un'aria fiabesca come invece sostanzialmente manca in L'impero del sole, pellicola di un certo realismo che solo a brevi tratti si permetre alcune epifanie incantate - evidentemente osservate con gli occhi del bambino - come nella splendida sequenza delle scintille durante le riparazioni dell'aereo e del saluto militare fra Jim e i tre piloti. 
Vale la pena insistere su questo momento perché esso racchiude l'intera cifra della pellicola. Da un lato abbiamo stenti, privazioni, esperienze di morte per un bambino cresciuto nell'agio e nei privilegi, dall'altro un sogno teneramente cullato, quello del volo (il famoso tema ricorrente di Spielberg), che ogni tanto irrompe nella dura vita quotidiana di Jim con aerei che rombano nel cielo, piccoli alianti che gli si fermano davanti ai piedi o, appunto, epifanie come quella di cui stiamo parlando. E quel che importa è che il sogno rimane sempre all'altezza di se stesso: quando, conquistato dal velivolo, Jim si volta e vede controluce nel tramonto le sagome dei tre piloti giapponesi, egli si sente investito dell'importanza del luogo, della situazione, dei personaggi, e saluta militarmente. Ed ecco allora che i tre gli rispondono nello stesso modo marziale, riconoscendo al bambino la serietà e la verità delle sue emozioni. 
È un sogno? Accade davvero? Dopotutto, che importa? 
È anzi in questa incerrezza che risiede l'incanto di momenti simili, nella possibile frammistione di realtà e immaginario, nel riscatto di se stessa che fa I'una presentandosi sotto la forma dell'altro, o viceversa. 
Spielberg ne ha più d'uno in serbo: ad esempio quello nel quale Jamie (allora non ancora Jim, la versione proletaria del suo nome affibbiatagli da Basie) percorre lentissimamente in auto il centro città, mascherato insieme ai genitori per recarsi a una festa, e scopre la folla, il suo terrore, la sua violenza, la sua irrazionalità, il suo dolore. 
I termini del realismo più preciso si sposano ai tratti dell'incubo, e tutto grazie alla straordinaria capacita che hanno i bambini di vedere e cogliere particolari, dettagli, e di evidenziarli, allargarli, ingigantirli. Esattamente come i registi.
I due incontri con il mendicante all'angolo sono un momento che soltanto un grande autore può sentire come il film mostra. La fantasia infantile colpita da una condizione diversa dalla propria, I'involontario appuntamento ed infine, la terza volta, solo la scatoletta di latta dell'elemosina, un segno esteriore di quel che era e che ora non è più: come se vi fosse mai
stato nulla... Spielberg sa come dare emozioni attraverso I'uso delle immagini, non c'è dubbio.
In un'altra sequenza, il bambino, tornato nella casa ormai solitaria, vede la camera dei genitori sottosopra e coglie per terra, impresse nel talco sparso dappertutto, impronte umane che lo incuriosiscono fin quasi a farlo sorridere; ma poi egli si rende conto che tutto quel tramestìo è segno di violenza e di lotta e il suo volto si fa terreo. 
Questo è vero cinema: informazione ed emozione attraverso la semplice immagine.
In una situazione in cui gli adulti scommettono sulla vita d'un bambino giocandosi persino "My Life" (dove cioè la vita non vale molto più d'una rivista), in cui un ragezzetto che alla fine giunge a divenire il ritratto di Léaud/Doinel di Truffaut assomiglia però sempre più anche al William Holden di Stalag 17 (ha persino lo stesso giubbotto), in cui si teorizza sul fatto che i veri momenti di pericolo della guerra sono l'inizio e la fine (ché in mezzo basta starsene tranquilli e trovare modo di cavarsela), in cui I'unica frase possibile per sperare di farsi capire è "Io mi arrendo", il piccolo - ma ormai non più tanto: ha 16 anni - può ben chiudere gli occhi fra le braccia della madre riabbracciata. 
Non perché si trova di nuovo in un porto sicuro (quei genitori non sembrano proprio idonei a prepararlo ad alcunché), ma perché del mondo ha ormai visto abbastanza. La sua innocenza se n'è davvero andata per sempre e, quel che è peggio, pur avendo osservato tanti aerei in cielo e in terra, lui non ha mai volato. Per farlo dovrà ancora una volta cambiare nome e diventare Peter Banning. Anzi, Peter Pan.


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