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domenica 27 marzo 2016

LA FAMIGLIA (The family) - Ettore Scola



LA FAMIGLIA 

Genere - Drammatico
Regia - Ettore Scola
Soggetto - Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura - Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola, Graziano Diana
Produttore - Franco Committeri per Mass Film - RAI - Les Film Ariane
Distribuzione (Italia) UIP
Fotografia - Ricardo Aronovich
Montaggio - Francesco Malvestito, Ettore Scola
Musiche - Armando Trovajoli
Scenografia - Cinzia Lo Fazio, Luciano Ricceri
Paese di produzione - Italia, Francia
Anno 1987
Durata 126 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Vittorio Gassman: Carlo uomo / nonno di Carlo
Andrea Occhipinti: Carlo ragazzo
Emanuele Lamaro: Carlo bambino
Cecilia Dazzi: Beatrice ragazza
Stefania Sandrelli: Beatrice
Jo Champa: Adriana ragazza
Fanny Ardant: Adriana adulta
Joska Versari: Giulio bambino
Alberto Gimignani: Giulio ragazzo
Massimo Dapporto: Giulio uomo
Carlo Dapporto: Giulio anziano
Ilaria Stuppia: Adelina ragazza
Ottavia Piccolo: Adelina adulta
Athina Cenci: Zia Margherita
Alessandra Panelli: Zia Luisa
Monica Scattini: Zia Ornella
Marco Vivio: Carletto bambino
Sergio Castellitto: Carletto uomo
Fabrizio Cerusico: Paolino ragazzo
Ricky Tognazzi: Paolino uomo
Philippe Noiret: Jean Luc
Renzo Palmer: Zio Nicola
Massimo Venturiello: Armando
Giuseppe Cederna: Enrico
Barbara Scoppa: Maddalena
Memè Perlini: Aristide
Dagmar Lassander: Marika
Consuelo Pascali: Adelina bambina
Rafaela Davì: Portiera del palazzo

Doppiatori italiani

Sergio Di Stefano: Carlo ragazzo
Anna Rita Pasanisi: Adriana ragazza
Vittoria Febbi: Adriana adulta
Massimo Dapporto: Giulio giovane e vecchio






TRAMA - Ottant'anni di storia paria negli interni borghesi di un appartamento romano.
L'anno d'esordio è il 1906: vi nasce Carlo, protagonista e narratore, salutato da genitori e parenti che al battesimo già si interrogano sul suo avvenire. 
Dieci anni dopo (d'ora in poi tutti gli appuntamenti con la famiglia saranno decennali), una grigia giornata d'inverno licenzia dalla vita il vecchio nonno carducciano e liberale, mentre nella stanza accanto Carlo, il fratello minore Giulio e il cugino Enrico sono intenti a giocare.
Già si delineano i caratteri: Carlo è il più leale. Nel 1926, fresco di laurea in lettere, lo troviamo in animata discussione con il cugino Enrico circa la posizione da assumere nei confronti del fascismo, che Carlo decisamente non ha in simpatia. Dà ripetizioni a Beatrice, che si innamora di lui, ma il suo cuore batte per Adriana, la sorella, vivace e intraprendente concertista che di lì a poco partirà per Milano, in cerca di fortuna, promettendo comunque di tornare presto.
Altri dieci anni e siamo nel '36. Morto il padre di Carlo, Aristide, di Adriana, che si sta facendo strada all'estero, soltanto qualche notizia. Carlo decide di sposare Beatrice, che gli darà due figli, Maddalena e Paolino. Perde l'insegnamento perché rifiuti di aderire al Partito Fascista. 
Aria comprensibilmente nuova nel '46: riottenuto il posto al liceo, si tratta ora di far fronte alle non floride condizioni economiche della famiglia, in aiuto della quale viene l'ex cameriera Adelina, che ha messo da parte un po' di soldi con la borsa nera e vorrebbe sposare Giulio, tornato visibilmente depresso dalla prigionia. Fa la sua riapparizione anche Adriana, al fianco della quale c'è ora il fidanzato francese, Jean-Luc, che Carlo mostra di non apprezzare.
Nel 1956 Giulio ha finalmente accettato di sposare Adelina; anche finanziariamente le cose vanno un po' meglio, tanto che la famiglia si concede una vacanza al mare. Carlo, che rimane a Roma, incontra nuovamente Adriana, venuta per un'audizione alla RAI. Trova il coraggio per chiederle di restare, ma è troppo tardi.
Paolino e Maddalena sono nel frattempo cresciuti: tranquillo e riflessivo il ragazzo, esuberante la ragazza, che nonostante l'opposizione del padre decide di sposarsi.
All'appuntamento successivo, nel '66, è già separata e con Carletto, suo figlio, per il compleanno del quale la famiglia ha modo di riunirsi. Anche Paolino va per la sua strada, trova lavoro e si unisce con una ungherese già madre di tre figli.
Nel '76 anche Beatrice manca all'appello e Carlo, già in pensione, è allietato dalla presenza di Adriana con la quale viene però a diverbio quando la cognata gli rivela che Beatrice aveva sempre saputo della loro reciproca simpatia. 
Dieci anni dopo, si festeggia l'ottantesimo compleanno di Carlo: la famiglia è cresciuta di numero, tanto che alcuni si incontrano per la prima volta. Tutti in posa per la fotografia che suggella il racconto, come il dagherrotipo di partenza da cui aveva preso le mosse.




COMMENTO - A furia di cronachizzare la storia, di leggerla in chiave contemporanea, Scola giunge ad annullarla. Per meglio dire, a scioglierla in una quotidianità che muta nelle apparenze ma non nella sostanza, sempre uguale, nel bene e nel male, a se stessa. Lo fa in un film dove il fluire del tempo procede più per iterazioni che per variazioni. E infatti se le variazioni riguardano ciò che sta fuori (la dimensione sociale e politica), le iterazioni riguardano la sfera dei sentimenti, delle emozioni, degli stati d'animo di ciascun personaggio. Nulla di trascendentale accade nel film: solo il succedersi delle generazioni nel microcosmo di una famiglia borghese come tante altre, dove la casistica della vita ridisegna i riti e le situazioni di sempre. 
Lo schema consueto del cinema di Scola (il quotidiano come sintomo epocale di una Storia che lo trascende) si è rovesciato. Qui è in scena l'impermeabilità del quotidiano agli eventi epocali, la difficoltà della Storia a penetrare nella profondità della vita. Non a caso, l'unica sequenza apertamente "storica" e "politica" del film (il delizioso duetto a tavola tra Gassman e Noiret - ossia tra Carlo e il fidanzato francese di Adriana) è anche la più smaccatamente "falsa": si parla di politica, ma solo per mascherare conflitti privati e nervosismi segreti. Il privato, insomma, non è più specchio e cassa di risonanza del politico. Casomai è il politico che è ridotto a essere una semplice maschera del privato.
Deideologizzazione e destoricizzazione procedono di pari passo, sfociando in quel "minimalismo" che è la cifra più autentica del film.
Minimalismo vuol dire privilegiare ciò che solitamente si è portati a trascurare, a non vedere, a considerare marginalmente. E infatti grande è la curiosità della macchina da presa quando scivola morbidamente per i corridoi dell'appartamento romano rivelandone il carattere, in definitiva, protagonistico. Il dettaglio degli oggetti e dei luoghi segna la continuità della famiglia ben oltre le stesse vicende esistenziali, legate a quel girotondo della vita che il regista si limita a descrivere fenomenologicamente, evitando pudicamente il contraltare della morte (che infatti è evocata soltanto per vie allusive).
Ogni possibile raffronto con Bergman (il Bergman di Fanny e Alaxander) è già, sin da questo particolari, improponibile. Ma lo è ancor di più se si pensa a quanto poco peso abbia la psicologia nel film di Scola. II vissuto dei personaggi è immediaramenre manifesto, non si
tratta di cogliere il particolare rivelatore per il gusto di comprenderne le implicazioni "interne".


Stefania Sandrelli e Vittorio Gassman
              
Più che il versante causale è quello effettuale ad emergere, lasciando allo spettatore la più assoluta libertà di giudizio. Così il personaggio centrale di Carlo, che incarna vizi e virtù mediane, forte con gli altri è debole con se stesso (quando si tratta di scegliere fra Beatrice e Adriana). Il non informarci più di tanto sul perché di quella scelta non corrisponde a superficiale disattenzione. Lo sarebbe se si trattasse di raccontare la sua vita mentre il racconto che Scola ha in mente è quello del tempo che passa, e dunque degli effetti che quella scelta produrrà sul piano dei microeventi familiari.
Pur risultando centrale, il personaggio di Carlo è partecipe di una coralità che è polifonia di voci, ciascuna chiaramente udibile e distinguibile in una scala di valori decrescente ma mai degradante. Ciascun personaggio cioè ha la sua specifica fisionomia e non partecipa in veste di comparsa. Una battuta, un ricordo ne rinverdiscono la presenza anche da lontano, ed è veramente ammirevole come il regista riesca a tenerci informati su tutto e tutti nel caleidoscopio di volti e nomi che interagiscono rapsodicamente nella vicenda.
Per strano che possa sembrare l'accumulo di personaggi e situazioni (quel loro ripetersi in epoche differenti, provocando un sorriso) non determina alcun intasamento narrativo. Vi opera un principio di sottrazione che, nel rispetto della progressione lineare, procede per dati ed eventi essenziali. In ciò un che di incompiuto, incompiuto come i ritratti del personaggio interpretato da Memé Perlini (Aristide, padre di Carlo), come la carriera pianistica di Adriana, come gli amori di Carlo. 
Come il titolo del romanzo non pubblicato di Giulio (Lo sperpero) o come i tanti discorsi sullo sciupio e sugli sprechi della vita che affiorano qua e la nei dialoghi, anche il film di Scola sperpera e sciupa: tante piste, tante tracce, tanti indizi, nessuna conclusione. Ma in ciò è il fascino del film , il suo andare controcorrente rispetto alla tradizione del cinema d'autore italiano: nella lucida consapevolezza che non è possibile chiudere né ricomporre ideologicamente una vicenda che è tutt'altro che conclusa. Molti aspiranti maîtres à penser del cinema italiano avrebbero parecchio da imparare.
A dispetto del titolo, il film di Scola è incompiuto anche rispetto all'istituzione sociale - la famiglia - che fa da tessuto narrativo. Non vi è comunanza di intenti psicologici con il Bergman di Fanny e Alexander, come dicevo, ma neppure con i molti altri eponimi del genere, al punto che salta il dubbio che Scola si sia servito strumentalmente dell'universo familiare per dirigere un film sul tempo e sulla inesorabilità del suo scorrere.
Risolto, altrove, per contrasti, il tema del tempo è qui rarefatto dalla tipicità del quotidiano e dunque "epicamente" demotivato. La regia è una lezione di misura, di eleganza, di stile: adottando un registro consapevolmente "medio", Scola ci lascia intendere che potrebbe in qualunque momento calcare la mano, spostare il registro, saltare nel comico o nel patetico. E invece non lo fa. Smussa gli estremi. Lavora per successive sottrazioni, impasta ed omogenizza i caratteri e ne elimina gli eccessi, le punte, le sbavature. 
Ne La famiglia tutto pare davvero funzionare: la recitazione e la sceneggiatura, il trucco e la scenografia, la fotografia (tutte mezze tinte, toni medi, luci smorzate) e il montaggio (con due o tre attacchi addirittura da applauso). Il risultato potrà anche non piacere del tutto, ma è un bell'esempio di uso intensivo delle risorse produttive disponibili.





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