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lunedì 7 marzo 2016

ROMANZO DI UN GIOVANE POVERO (Novel of a young poor boy) - Ettore Scola


 ROMANZO DI UN GIOVANE POVERO 
Regia di Ettore Scola

Sceneggiatura - Giacomo Scarpelli, Ettore Scola, Silvia Scola
Produttore - Luciano Ricceri
Fotografia - Franco Di Giacomo
Montaggio - Raimondo Crociani
Musiche - Armando Trovajoli
Scenografia - Luciano Ricceri
Paese di produzione - Italia, Francia
Anno 1995
Durata 120 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico

Interpreti e personaggi

Alberto Sordi: Bartoloni
Isabella Ferrari: Andreina
Rolando Ravello: Vincenzo Persico
Sara Franchetti: madre di Vincenzo
Mario Carotenuto: Pieralisi
Renato De Carmine: avv. Cantini
André Dussollier: sostituto procuratore Moscati
Gianfelice Imparato: assistente di Moscati
Aida Billarelli: Karline di mezza età
Nathalie Caldonazzo: Karline "Ananas" (da giovane in alcune sequenze nei ricordi di Bartoloni)
Gea Martire: la portiera del palazzo
Gloria Sirabella: Marcella
Francesco Bonelli: studente in biblioteca seduto vicino a Vincenzo e Andreina
Ettore Garofolo: proprietario del bar sotto casa
Barbara d'Urso: madre dello studente "allievo" di Vincenzo

Doppiatori italiani

Paila Pavese: madre di Vincenzo
Cesare Barbetti: sostituto procuratore Moscati

Premi

Coppa Volpi per la miglior attrice non protagonista a Isabella Ferrari



    
PREMESSA - Diverso e ben più complesso da Mario, Maria e Mario, è il tenore del lavoro di Scola, quel Romanzo di un giovane povero (1995) che prendendo le mosse dall'omonimo caposaldo della letteratura popolare francese del secolo scorso, già svariate volte sullo schermo, attualizza nella dimensione insolitamente cupa di un quartiere capitolino dei giorni nostri gli incubi e le insanità del romanzo di Octave Feuillet. Un film di maiuscola levatura. Acre e torbido, che ha l'effetto di turbare in ragione della sua implosiva violenza.


TRAMA - Come molti giovani di oggi, Vincenzo Persico, laureato in lettere già da qualche anno, non riesce a trovare un'adeguata collocazione professionale, continuamente rimproverato dall'anziana madre pensionata con cui vive, peraltro orgogliosa con i vicini dell'immaginaria posizione sociale del figlio. Vincenzo non ha amici, se ne sta isolato, insensibile persino al richiamo di Andreina, che pure lo ama e lo stima, colpevole - agli occhi del ragazzo - di essere troppo benestante.
Un ragazzo frustrato, in definitiva, che rischia di perdere il senso della propria identità, preda dell'inquilino del piano di sono, tale signor Bartoloni, che dopo qualche bevuta insieme offre al giovane I'opportunità di un immediato arricchimento se costui lo aiuterà togliendogli di mezzo la moglie. Scherzando, un po' bevuto, Vincenzo accetta ad una condizione: che Bartoloni ricambi il favore eliminandogli la madre... 
La situazione precipita quando la moglie di Bartoloni viene per davvero trovata uccisa, con il giovane Persico colpito da improvviso benessere. Arrestato, non confessa né nega di aver commesso l'omicidio, rifiutando di collaborare con il giudice che conduce le indagini e di confutare le accuse che ora gli vengono mosse anche da Bartoloni. 
Forse è innocente, vittima di una macchinazione, forse è davvero colpevole sta di fatto che si rassegna a restare in carcere, dove insegnando I'italiano ad un gruppo di detenuti extracomunitari sembra in grado di trovare nuove motivazioni.


Isabella Ferrari: Andreina
   
COMMENTO - Pur con qualche dubbio sul finale (troppo "politicamente corretto" per risultare verosimile, quantunque disturbato, oltre i titoli di coda, da un urlo disperato: ma quanti proiezionisti l'avranno fatto sentire, quell'urlo, nelle sale?), e pur con qualche perplessità sulla qualità degli effetti visivi con cui vengono ricostruite le diverse ipotesi intorno al delitto, va finalmente riconosciuto che questo Romanzo è un film d'alta scuola, cattivo come i tempi che corrono e giustamente severo nei riguardi di un contesto sociale colto per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse, purtroppo disgregato e sconnesso, fonte di rancori e di inimicizie, di frustrazioni e di sordide rivincite, di solitudini e di ferali incomprensioni. 
Uno Scola ritrovato, nuovamente in grado di "leggere" l'esistente senza far ricorso alle presunte virtù taumaturgiche di sguardi inutilmente consolatori. Ma procedo con ordine, esattamente come fa il regista nella prima parte del film, presentandoci gli attori di questo suo tragico pezzo di nera: da un lato, il "giovane povero" Vincenzo Persico (l'esordiente Rolando Ravello), ossessionato dalla perbenistica mediocrità della madre, che sogna per lui il miraggio di un comunissimo impiego pubblico; dall'altra, il vecchio Bartoloni (un Alberto Sordi al meglio delle sue "perfide" risorse), avido e untuoso, stufo dell'anziana moglie (che pure, un tempo, dice di aver tanto amato) e bramoso di improbabili avventure con la bella pizzicagnola del negozio dl'angolo, "un topaccio malefico, - annota Tullio Kezich ("Corriere della Sera", 9 settembre 1995) - "ammantato nell'esibizione di una conclamata normalità, frustrato e ipocrita... un ritratto impietoso". Due tipi da "bestiario" della gente comune, in ogni caso, con ambienti ed esperienze familiari a peni, delineati da Scola, specie nella prima parte, con la fredda e consumata abilita dell'entomologo, che dispone i suoi reperti sul vetrino osservandone con certosina pazienza il comportamento: l'aspro chiudersi in sé del ragazzo che niente e nessuno (se non il diabolico Bartoloni...) sembrano più in grado di smuovere; I'estroversa e vigliacca spavalderia del vecchio, che nella lucida follia della sua senilità sa comunque dove andare a parare, trascinando poco per volta il giovane in un gioco più grande di lui. Nessuno saprà mai com'è veramente morta la signora Bartoloni: se uccisa dal giovane, successivamente premiato dal vecchio o impadronitosi dei soldi che gli erano stati promessi, oppure per mano del marito, poi così furbo da donare il denaro al ragazzo per poterlo incolpare. Forse persino a causa di un banale incidente, reso peraltro inverosimile dalla dinamica dei sospetti.
Ma nessuno saprà mai la verità perché in fondo è bene che il giallo rimanga irrisolto, tornano i conti di una storia scritta con precisione matematica, avvolto nel mistero di una torbida pagina di squallida vira quotidiana; che se alla letteratura francese guarda, fa venire in mente assai più Simenon che Feuillet, trovando sul piano cinematografico più di una parentela con le atmosfere di certo Chabrol, non a caso il più convinto simenoniano dei registi d'oltralpe.

Alberto Sordi: Bartoloni - Rolando Ravello: Vincenzo Persico
   
Uno Scola in noir, insomma, anche se il noir pretende di venir trattato in modo specialistico mentre il film, sotto il profilo del poliziesco funziona solo a metà, che - in concorso a Venezia - avrebbe tranquillamente potuto trovare spazio nei posti più ambiti del palmarès finale; viceversa ricordato per il solo premio a Isabella Ferrari quale migliore interprete non protagonista (è Andreina, memorabile per il nevrotico monologo in difesa di Vincenzo davanti al giudice). Ma al di là dei premi, dei festival e persino degli umori di un pubblico oramai così disabituato al cinema italiano da non saperne cogliere le espressioni salutari (Romanzo di un giovane povero ha avuto vita grama al botteghino), ciò che questo film di Scola ha il pregio di esprimere è la statura di un autore che, quando non si fa prendere da sentimentalismi e sconforti, continua a lasciare il segno. 
Con buona pace di chi trae ingenerosamente spunto, sia pure con sedicente tristezza, da questa vita grama, per consigliare ai "due grandi vecchi, onusti di glorie e ricchezze, (Scola e Sordi), di ritirarsi a "contemplare il loro splendido passato". 
Bel modo di trattare il cinema italiano e i suoi autori, in linea con gli insulti e le invettive di moda in quell'era berlusconiana che, al di là dei sorrisi d'ordinanza, ha tutta la cupezza degli scenari che fanno da sfondo al Romanzo incriminato.
Scola è un autore che viene dalla commedia, che è stata grande - nel cinema italiano - quando ha saputo aggredire la realtà, guardandola in faccia con la dovuta cattiveria e sbeffeggiandola opportunamente all'insegna del "castigat idendo mores"
In Romanzo di un giovane povero - forse il film più cupo, in assoluto, di Scola - lo spazio della risata si è definitivamente dissolto. E persino i vezzi della maschera sfatta di Sordi fanno pena, frutto del patetico più che del comico, giacché i nuovi mostri sono così mostruosi da non consentire più alcuna indulgenza, neppure l'indulgenza della risata. 
Ma nel ricominciare a macinare dubbi, a suggerire interrogativi, a seminare smarrimenti e turbamenti, quella commedia senza più risate, che preso il posto della commedia di un tempo, torna a farsi, con Romanzo, intrigante, quasi che anche il minimalismo e le tentazioni del pensiero debole (consciamente o inconsciamente vissuti) siano stati convenientemente metabolizzati dal regista. Che con oltre una trentina di film all'attivo, per alcuni dei quali la nozione di capolavoro non è certo eccessiva, occupa un posto di primo piano nella cultura cinematografica del nostro Paese. 

Da Ettore il Modesto (ma solo perché non si dava arie, colpa grave in contrade sempre affollate di narcisi cronici), ci sarà ancora qualche impennata di sacrosanto orgoglio cinematografico. 

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