9474652420519448 01688101952603718437

venerdì 18 marzo 2016

SPLENDOR - Ettore Scola


SPLENDOR 

Regia - Ettore Scola
Soggetto - Ettore Scola
Sceneggiatura - Ettore Scola
Produttore - Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori
Fotografia - Luciano Tovoli
Montaggio - Francesco Malvestito
Musiche - Armando Trovajoli
Scenografia - Luciano Ricceri
Genere - Commedia
Paese di produzione - Italia
Anno 1989
Durata 115 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Marcello Mastroianni: Jordan
Massimo Troisi: Luigi
Marina Vlady: Chantal
Paolo Panelli:
Pamela Villoresi:
Marcello Martana: Giocatore di poker


TRAMA - Proprietario del cinema Splendor, Jordan si vede costretto a chiudere la sala per mancanza di spettatori, sommerso dai debiti. Con lui, uniti da legami anche sentimentali e affettivi, la cassiera Chantal e il proiezionista Luigi. Jordan, che ama profondamente il cinema e il suo lavoro, figlio del primo esercente cittadino, quando ancora erano in uso le proiezioni ambulanti, le ha tentate tutte per resistere alle lusinghe di un commerciante, che vorrebbe la sala per trasformarla in un grande magazzino, ma non c'è verso di riportare la gente al cinema. A malincuore accetta perciò la chiusura, rievocando i momenti salienti della sala, legati ciascuno a particolari stagioni della storia del cinema e a episodi importanti della propria vita privata. 
Poi, all'improvviso, quando già gli operai stanno schiodando le poltroncine della sala, ecco avverarsi il sogno: la gente torna al cinema, sorridente e plaudente come una volta, mentre sullo schermo scorrono le immagini di un celebre film di Frank Capra: La vita è meravigliosa.



   
COMMENTO - È ancora la pregnante unicità di un medesimo spazio fisico, irreale e concretissimo, a dimensionare la narrazione scoliana, che colloca il cinema Splendor del film accanto alla sala da ballo della banlieu parigina narrata in Ballando ballando e all'appartamento borghese del quartiere Prati che faceva da motivo conduttore alle vicende de La famiglia. Una sala cinematografica, lo Splendor, che offre al regista - coadiuvato in sede di ricostruzione filmografica dallo storico Gian Piero Brunetta - l'opportunità di rivedere e far vedere le immagini di cinquant'anni di cinema, secondo parametri di gusto propri non sempre peraltro verosimili nel contesto di un locale di provincia, dove è davvero improbabile trovare Bergman in prima visione e il cinema dei paesi dell'Est in rassegna. 
Splendor, che esce nei primi mesi dell'89, dopo che altri due film italiani avevano giocato la
carta dell'amarcord cinematografia (Via Paradiso di Luciano Odorisio e soprattutto Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, dapprima ignorato da pubblico e critica e poi, dopo l'Oscar, incensato a piene mani un po da tutti, dà però l'impressione del film superfluo, girato senza passione, quasi un amo dovuto, contro una crisi del cinema che non si sa bene a chi imputare, giacché anche lo squallore del commerciante in agguato,pronto a rilevare I'immobile per farne un supermercato, è da annoverare nella casistica degli effetti, e non c€rto fra le cause. 
Che dire, poi, del finale natalizio, felliniano e capriano insieme, stucchevole centone di sovrabbondanza onirica?
Nel finale di Splendor il Jordan di Mastroianni (sempre bravo, ma anche egli un po' svogliato per I'occasione) assume quasi le sembianze fisiche del regisa, rivelandosi quale sorta di suo alter ego, particolare solo apparentemente secondario giacché destinato in realtà a spiegare, nella confusione dei ruoli, certa manierata freddezza del film. 
Splendor non è la commossa e nostalgica rievocazione di cinquant'anni di storia del cinema dal punto di vista del gestore di una sala, bensì dal punto di vista di come i gestori avrebbero dovuto essere secondo un Autore. Un film che è poco più che una carte blanche a... o un Monumento al cinema che Scola (assieme alla sua generazione) ha sempre amato. Nella sua "faziosità", l'operazione poteva anche essere legittima e suggestiva: solo che la faziosità andava, appunto, riconosciuta e dichiarata, esposta, assunta come esplicito grimaldello per penetrare tra i "fantasmi" del film. Mentre, a prendere il sopravvento, è la presunta oggettività di un punto di vista per così dire camuffato, adatto forse alla bonarietà del personaggio Jordan (che anche nelle vicende private, mescolare in flashback agli spezzoni filmici, mostra le qualità della sua "leggerezza") ma non certo alle caratteristiche della categoria che quel personaggio simboleggia. 
Scola punta dritto alla Storia, ambisce alle esemplarità, pretende di trasformare il suo locale di provincia in uno specimen di tutte Ie sale cinematografiche italiane. E allora sbaglia. Per troppo amore, probabilmente, ma sbaglia. 
Assunti i panni della vestale dei cine-riti, si mette ad officiare la più prevedibile delle cerimonie funebri. Con tanto di lamentosa omelìa. Il cinema è morto o sta morendo. Che peccato. 
Com'erano belli i tempi in cui la magia del grande schermo incantava grandi e piccoli, mescolando le ruote dentate di Metropolis di Fritz Lang con le note della "Marcia trionfale" dell'Aida. Ora le cose non vanno più così, le sale si svuotano e del cinema non importa più nulla a nessuno. Cose in massima parte vere, s'intende, ma tante volte dette e già largamente insufficienti in sede pubblicistica, figuriamoci sul grande schermo, dove lo spettatore residuo vorrebbe cogliere i lampi di un possibile riscatto piuttosto che le luci fioche di uno spento epilogo para-natalizio.
Dicevo di Massimo Troisi e della sua particolare comicità, incline alle atmosfere dell'ultimo Scola perché venata di malinconia, più sotto che sopra le righe. In Splendor l'attore napoletano è il proiezionista Luigi, così innamorato del cinema da dedicargli ogni suo istante e ogni sua risorsa, uno che a furia di passar pellicole considera ormai l'intera realtà in un'ottica da cineteca.
Sarà anche per questo che la grana del personaggio - seraficamente maniacale - resta pur sempre quella di una figurina, simpatica ma posticcia, mentre assai più convincente appare la presenza dell'interprete nel successivo Che ora è (1989), con cui Scola partecipa in concorso alla Mostra di Venezia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione proprio a Troisi e Mastroianni per la resa, rispettivamente, di un figlio e di un padre dei giorni nostri, inevitabilmente a corto di comunicazione.



  


Nessun commento: