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mercoledì 13 aprile 2016

BALLANDO, BALLANDO (LE BAL) - Ettore Scola



BALLANDO, BALLANDO

Titolo originale LE BAL
Regia - Ettore Scola
Genere - Musicale
Soggetto - Jean-Claude Penchenat
Sceneggiatura - Ruggero Maccari, Jean-Claude Pechenat, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Produttore - Mohammed Lakhdar-Hamina, Giorgio Silvagni
Fotografia - Ricardo Aronovich
Montaggio - Raimondo Crociani
Musiche - Vladimir Cosma
Scenografia - Luciano Ricceri
Costumi - Ezio Altieri, Françoise Tournafond
Trucco - Tiziana Sisi, Gino Tamagnini
Paese di produzione - Francia, Italia, Algeria
Anno 1983
Durata 112 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Étienne Guichard: giovane studente/giovane professore
Régis Bouquet: padrone della sala da ballo
Francesco De Rosa: Toni, il cameriere
Arnault LeCarpentier: tipografo/studente
Liliane Delval: ragazza dai capelli lunghi/alcolizzata (come Liliane Léotard)
Martine Chauvin: fiorista/studentessa
Danielle Rochard: La livreuse d'une modiste
Nani Noël: La fille de joie/La jeune juive/La refugiée/La jeune qui peint ses basses
Aziz Arbia: giovane operaio
Marc Berman: L'aristo/Le planqué/Le collaborationiste
Geneviève Rey-Penchenat: donna aristocratica
Michel van Speybroeck: L'homme qui vient de loin/Jean Gabin
Rossana Di Lorenzo: La dame-pipi
Michel Toty: operaio specializzato
Raymonde Heudeline: operaio
Anita Picchiarini: amica dell'operaio
Olivie Loiseau: fratello dell'operaio
Monica Scattini: ragazza miope
Christophe Allwright: bel ragazzo dei bassifondi
François Pick: giovane studente
Chantal Capron: modella
Jean-François Perrier: Le sacristain amoureux
Jean-Claude Penchenat: La 'croix de feu'

Riconoscimenti

1984 - Premio Oscar
Nomination Miglior film straniero (Algeria)

1984 - David di Donatello
Miglior film
Migliore regia a Ettore Scola
Miglior montaggio a Raimondo Crociani
Miglior colonna sonora a Vladimir Cosma e Armando Trovajoli
Nomination Miglior sceneggiatura a Ruggero Maccari, Jean-Claude Pechenat, Furio Scarpelli e Ettore Scola
Nomination Miglior produttore a Franco Committeri
Nomination Miglior attrice non protagonista a Rossana Di Lorenzo
Nomination Miglior fotografia a Ricardo Aronovich
Nomination Miglior scenografia a Luciano Ricceri
Nomination Migliori costumi a Ezio Altieri

1984 - Premio César
Miglior film
Migliore regia a Ettore Scola
Miglior colonna sonora a Vladimir Cosma
Nomination Migliore fotografia a Ricardo Aronovich

1984 - Festival di Berlino
Migliore regia a Ettore Scola
Nomination Orso d'oro a Ettore Scola



TRAMA - Un barista accende le luci di una sala da ballo alla periferia di Parigi, ai giorni nostri. Entrano i clienti, l'uno appresso all'altro, e hanno inizio le danze. Quella stessa sala molto tempo prima, nel '36, con operai e studenti in festa per la vittoria del Fronte Popolare. L'allegria popolare è rotta dall'arrivo di una coppia di aristocratici dal fare sussiegoso che con sguardo ironico, di sufficienza, gelano la sala. A lasciare schiumante di rabbia il bellimbusto in frac ci pensa un giovanotto alla Jean Gabin, che non fatica a soffiargli la dama sono gli occhi. Ma la breve stagione dell'entusiasmo popolare va esaurendosi: un fascista torvo e prepotente fa il suo ingresso in sala e a nulla valgono le proteste dei presenti. 
Ecco cambiare lo scenario, con la sala trasformata in rifugio antiaereo nei giorni bui dell'occupazione nazista, gli uomini al fronte e il subdolo collaborazionista che si presta (invano) a far da ruffiano al colonnello nazista.
Altro flash in avanti: le campane di Notre-Dame annunciano la fine dell'incubo, tornano i soldati, arrivano - a suon di jazz - gli americani, con i quali l'ex collaborazionism cerca ora di trescare votandosi alla borsa nera. 
Anni '50: sulla scia della guerra d'Indocina e dei fatti d'Algeria nuove divisioni tormentano i francesi, chiamati a misurarsi con la protervia dei pieds noirs. Dieci anni dopo, sono gli studenti del joli mai a reclamare I'immaginazione al potere, trovando rifugio nella sala dopo I'ennesima carica della polizia. 
Ancora un salto in avanti, I'ultimo, per giungere ai giorni nostri, con il barista che comincia a spegnere le luci mentre la discoteca va lentamente svuotandosi.





COMMENTO - Ballando, ballando segna innanzitutto la rivincita dello schizzo e della caricatura, un film che vive di bozzetti non meno che di musica e canzoni.
Sguardi e gesti di personaggi fortemente tipizzati sono addirittura essenziali all'inquadratura, in un carosello di movimenti di macchina il cui pregio risiede nella capacità di tenere costantemente a fuoco la coralità e gli individui, mediante un uso accorto di "totali" e di "particolari". 
Il rischio della frammentazione narrativa esiste ma è presto evitato: in luogo di spegnersi in siparietti, in occhielli e personaggi irrelati, in sottolineature comportamentali valevoli per se stesse, i diversi momenti di narrato all'interno di ogni singola sequenza disegnano una continuità che è quella del film nella sua interezza, cosicché l'intuizione che fa de Le bal una metafora non contraddice la tangibilita e la pregnanza del racconto, e anzi, ciò che è sintesi si correla con quel tessuto di piccole cose, ad un tempo sensuose e logiche, da cui arriva lo stile. 
Il misurarsi della Storia con la Cronaca torna per le vie del consumo culturale, facendo del ballo - luogo topico dell'immaginario popolare - l'elemento centrale dell'esprimersi. Il ballo è ciò che esso socialmente simbolizza: l'amicizia, la gioia di vivere, il desiderio, la seduzione.
Partendo dall'oggi (per poi tornarci in conclusione, secondo una circolarità che molto spesso caratterizza i suoi lavori) Scola si avventura alla ricerca del tempo perduto, invitandoci soprattutto a dare ascolto alla "memoria sonora", in ciò anticipando di qualche anno il Woody Allen di Radio Day (1987). 
La rievocazione delle diverse epoche passa per le soluzioni scenografiche del solito Ricceri, per le luci di Ricardo Aronovich, per i costumi di Ezio Altieri e Françoise Tournafond, ma soprattutto per il glamour della colonna sonora che inanella la bellezza di sessanta motivi musicali, alcuni arrangiati da Vladimir Cosma, altri - la maggior parte - affidati al fascino degli interpreti originali, lungo un carosello che intruppa il prediletto Vittorio De Sica di Parlami d'amore Mariù, e il Maurice Chevalier di Bleu, blanc, rouge, la Piaf e Montand, Aznavour e la Greco, Bécaud, i Beatles e innumerevoli altri mattatori della cosiddetta "musica extracolta", dagli anni Trenta ai giorni nostri. E mentre l'orecchio ascolta, l'occhio è chiamato a inquadrare i "numeri" di ballo, rapito qui e là dalle incursioni del sosia di Jean Gabin o degli emuli di Ginger & Fred che vengono a ricordarci la parallela epopea del cinema. 
Talvolta lo stereotipo è di grana grossa - è ciò ci fa dire che ci troviamo di fronte al gran ballo del luogo comune - ma indubbiamente lo spettacolo funziona e affascina.
Suono e immagine vengono recuperati nella dimensione primaria (tutt'altro che semplice) dei loro rapporti, consentendo anche ai silenzi e alle inazioni di riacquistare quella valenza espressiva che né i codici del musical né gli stilemi della commedia solitamente consentono. Non soltanto non vi è frantumazione narrativa, e neppure la staticità del "teatro
filmato"; si evidenzia addirittura un'armonia che è raro equilibrio di concretezza e di astrazione, quasi che il realismo della vita e il fascino del mito si condensino in una stilizzazione che procede per tocchi sapidi e pennellate leggere. 
Timidezze e vanterie, avances e rifiuti, slanci e incertezze della sala da ballo costituiscono il piano esistenziale della vicenda, a cui va sovrapponendosi quello storico, entrambi sfocianti nel dato sovrastrutturale (la canzone, il ballo, il cinema) che media o riverbera a seconda dei casi il contrasto. 
È anche grazie a ciò che la sfilata, per fortuna, non ha messaggi politici da emettere e nemmeno una piccola morale o una filosofia in pillole da smerciare, risolvendosi in quel divertimento un po' triste della memoria che caratterizzava questa fase del cinema di Scola. 
Questo stesso sentimento farà la parte del leone in Maccheroni (1985) ed entrerà con aurorevolezza quasi viscontiana nella "saga" borghese de La famiglia (1987).
Luoghi comuni? Dopo Proust, la ricerca del tempo perduto inevitabilmente lo è.
Il pudico intreccio di nostalgia e malinconia che coglie Io spettatore quando Ballando, ballando va sfumando le sue luci, corre in lungo e in largo per i vicoli di Napoli nel successivo Maccheroni, con cui Scola tenta di riagganciare l'America dopo il non felicissimo precedente di Permette? Rocco Papaleo. Film internazionale, a budget sostenuto, con due interpreti di grande attrattiva come Jack Lemmon e Marcello Mastroianni. Vincente sulla carta, il gemellaggio esce dolorante dal botteghino, non da ultimo per i pesanti apprezzamenti della stampa d'oltreoceano e per le perplessità di quella italiana, accompagnate dalla polemica un tantino grottesca che s'avvita al film alla notizia della sua candidatura all'Oscar.



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