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lunedì 4 aprile 2016

UNE HISTOIRE D'EAU (A Story of Water) - Jean-Luc Godard, François Truffaut

  
UNE HISTOIRE D'EAU 
Regia - Jean-Luc Godard, François Truffaut,
 Jean-Luc Godard
Soggetto - François Truffaut
Sceneggiatura - François Truffaut
Produttore - Pierre Braunberger
Fotografia - Michel Latouche
Montaggio - Jean-Luc Godard
Paese di produzione Francia
Anno 1958
Durata 18 minuti
Colore Bianco/Nero
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Jean-Claude Brialy: l'uomo
Caroline Dim: la ragazza
Jean-Luc Godard: voce narrante


 Nel 1918,  Jean-Luc Godard lavora al suo quinto cortometraggio, Une histoire d'eau, titolo che allude scherzosamente a quello del noto, e anonimo, romanzo erotico francese. La regia del film è però firmata anche da François Truffaut, che racconta:

"Ecco come sono andate le cose. Io ero affascinato dalle inondazioni. Mi piaceva molto vedere di queste cose nei cinegiornali e mi dicevo: peccato che non vi siano degli attori in mezzo. Quando ci sono state delle inondazioni nella regione parigina sono andato da Braumberger per dirgli: "Prendo Brialy e una ragazza. Datemi un po' di pellicola. Ci arrangeremo, improvviseremo".
Siamo partiti per Montereau, ma di acqua non ce n'era quasi più (...). Abbiamo comunque impressionato gli ottocento metri di pellicola che avevamo portato e finito il week-end siamo rientrati. Mi sembrava che questa pochade mancasse di un'idea direttrice e ho chiesto a Braumberger di buttare il materiale. Godard ha visto allora la proiezione. Non aveva partecipato alle riprese. L'ha divertito. Gli è venuta voglia di raccontare qualcosa con quello, facendo un montaggio senza preoccuparsi dell'ordine in cui il film era stato girato. Io me ne sono disinteressato. Ha montato come ha voluto, scelto la musica, scritto un commento. Tutto molto in fretta perché le spese restassero minime. Quando ho visto il risultato l'ho trovato divertente...".

In effetti è divertente. È un film a gags, e non a caso è dedicato a Mack Sennett, come dicono i titoli di coda che non sono scritti ma parlati. Tutto il film per la verità è raccontato.

È una ragazza (ma la voce è di Godard) che racconta appunto una "storia d'acqua". Lei studia alla Sorbona ma abita fuori Parigi. Un mattino si accorge che tutto è inondato: armata di stivali, attraversando le strade su assi e barche raggiunge una strada e fa I'autostop per raggiungere Parigi. Il tipo che la carica non è molto simpatico, all'inizio, e lei è un po' seccata. Invece di farle la corte parla solo della sua auto. Passano per la campagna inondata, sono costretti a molte deviazioni e arresti. Man mano il dialogo si snoda. Di cosa parlano? Di niente, o di cose che non c'entrano. Come Aragon, lei racconta, che dovendo fare una lezione sul Petrarca parlò per tre quarti d'ora di Matisse. Quando gli chiesero di tornare al tema rispose che l'originalità del Petrarca sta appunto nell'arte della digressione. 
L'auto si blocca nel fango. I due fanno una passeggiata a piedi e la passeggiata diviene presto sentimentale, o quasi. Lui vorrebbe baciarla, lei fa un patto: acconsentirà se lui riuscirà a farla ridere con una barzelletta. Gliene racconta tre o quatro, Iei non ride ma lui la bacia lo stesso...  
Lei€ dice: "Di solito me ne frego dell'immagine, è il testo che conta. Ma questa volta ho torto perchè qui tutto è bello". 
Il paesaggio, cosparso di grandi pozzanghere, è in effetti per lo meno originale. Di tanto in tanto si vede qualcuno che fa segnali, bloccato su un tetto. Il racconto prosegue, dominando l'immagine perché non è quasi mai al suo servizio, come commento. Non a caso ad un certo punto la ragazza comincia a parlare della bellezza di certe parole.
Ma nel frattempo sono riusciti a far ripartire l'auto, arrivano a Parigi. Lei ha trovato l'amore, stasera probabilmente andrà a dormine da lui.





Come si è accennato, uno dei motivi di interesse del film è, oltre che nell'impostare un nuovo genere cinematografico, che potremmo chiamare della pochade colta (in questo film si citano Balzac, Baudelaire, Omero, Degas, Eluard, Giraudoux, ecc.), nel tipo di rapporto fra suono e immagine che esso individua. Sarà questo uno dei temi più costantemente presenti nella ricerca di Godard, che non elude mai i problemi teorici di fondo sullo statuto del cinema. Per ora il regista si limita a sperimentare certe figure: dall'asincronismo, alla discrepanza totale, al rapporto metaforico (in una sequenza Brialy, conversando, dice "apro una parentesi" e intanto apre la portiera dell'auto, "la chiudo" e chiude anche la porta).
Ma il rapporto fra parole e immagini trascina con se il problema del rapporto fra le parole e le cose. Che per Godard è il problema stesso della regia, come glielo porrà, di lì a poco, il suo primo film di lungometraggio:

"La regia è come la filosofia moderna, diciamo Husserl, Merleau-Ponty. Non ci sono Ie parole da una parte e il pensiero dall'altra. Prima il pensiero e poi le parole. Il linguaggio non è qualche cosa in sé, non è una semplice traduzione. La regia è lo stesso. Quando dico che la regia non è un linguaggio voglio dire che essa è nello stesso tempo un modo di pensare. Essa è la vita e la riflessione sulla vita. È per questo che, nei miei film, faccio dire di tutto ai miei personaggi. Li prendo sul vivo.


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