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sabato 21 maggio 2016

STORIA IMMORTALE (The Immortal Story) - Orson Welles



STORIA IMMORTALE 
(The Immortal Story) 
Titolo originale - Une Histoire immortelle
Regia - Orson Welles
Genere - Drammatico
Soggetto tratto dal racconto di Isak Dinesen (Karen Blixen)
Sceneggiatura - Orson Welles
Produttore - Micheline Rozan
Casa di produzione - ORTF, Albina Films
Fotografia - Willy Kurant
Montaggio - Yolande Maurette, Marcelle Pluet, Françoise Garnault, Claude Farny
Composizioni pianistiche di Erik Satie, eseguite da Aldo Ciccolini e Jean-Joel Barbier
Costumi - Pierre Cardin
Lingua originale - Francese
Paese di produzione - Francia
Anno 1968
Durata - 58 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro

Interpreti e personaggi

Jeanne Moreau: Virginie Ducrot
Orson Welles: Mr. Charles Clay
Roger Coggio: Elishama Levinsky
Norman Eshley: Paul, il marinaio
Fernando Rey: mercante 

Doppiatori italiani

Emilio Cigoli: Mr. Charles Clay


PREMESSA - Storia immortale, che rappresenterà, una volta realizzato, uno dei film migliori di Orson Welles  e "più raffinati". 
Nel racconto della Dinesen, si ritrovano i temi più cari a Welles che, in poco meno di un'ora - tanto dura il film -, "impartisce" una lezione di arte, di cinema, di letteratura a quanti dedicano la vita a "fargli le pulci" in ogni senso. Passato in "prima" contemporanea alla televisione e al cinema, Storia immortale si impernia sugli asserti che "la ricchezza corrompe", che "una vita senza amore porta all'amarezza esistenziale", e via dicendo in questa chiave. Ed è una conferma del solito discorso wellesiano che tende a significare allegoricamente, ma senza inutili chiacchiere, che il potere è pesante da reggersi e che inevitabilmente finisce col frustrarti o col "fregarti". Affermazione scontata, certo, che tutti conoscono a memoria o magari hanno verificato sulla loro pelle, ma che scontata non è più se la sua dimostrazione pratica viene fatta attraverso un'atmosfera di "leggenda" o di "tavola per adulti" (non dico di "operetta morale", definizione che certo non sarebbe calzante per il Nostro), come in questo breve film.





TRAMA - La storia - meravigliosa - si svolge a Macao, dove un vecchio e ricchissimo mercante, Mister Clay (Welles) - in inglese significa "Argilla"-, vive in un lusso solitario, di cui però non sembra accorgersi e godere. II suo unico interesse di vita, e soprattutto ora che, -malato di gotta, non riesce nemmeno a dormire la notte, è quello di farsi leggere dal suo capo contabile, Elishama Levinsky (Roger Coggio), i bilanci, gli affari, le fatture e i preventivi
del lavoro passato. Clay, in realtà, anni addietro ha rovinato - per sole trecento ghinee - il suo socio Ducrot che, profondamente colpito dl questo disonore, si è suicidato dopo aver bruciato e distrutto tutto l'arredamento della casa (in cui immediatamente si è trasferito Clay): sono rimasti solo gli specchi dorati portati dalla Francia che, fino ad allora, avevano riflesso solo episodi sereni: "Sarà il castigo del mio assassino - diceva Ducrot - vedersi paragonato senza posa all'immagine di un boia". 
Ma Clay, ovviamente, non si cura per niente di questa profezia. Anzi, detesta le profezie e, una sera, quando Elishama invece di leggergli il solito bilancio gli racconta un passo del profeta Isaia, Clay gli risponde con un racconto che pensa di aver sentito solo lui, quando, ai suoi tempi, venne in Cina: la storia, cioè, di un marinaio "affittato"" per 20 ghinee da un vecchio e ricco signore con l'incombenza di "incontrarsi" con una donna bellissima che abita con lui... Ma Elishama  lo interrompe a metà del racconto, concludendolo lui stesso: è, infatti, una leggenda che è patrimonio di tutti i marinai del mondo. Clay, però, si intestardisce e decide di mostrare il suo potere dando corpo e realtà alla leggenda: a Elishama " - anch'egli un essere ambiguo e misterioso, anche se servile - non resta che scegliere e convincere i comprimari di questa squallida ma "inevitabile" messinscena. Contatta, in primo luogo Virginia (Jeanne Moreau), amante di un suo collega d'ufficio,che si rivela poi figlia di Ducrot la quale, dopo diverse esitazioni, si lascia convincere per un compenso triplo di quello offerto all'inizio. Clay stesso, poi, sceglierà, vicino al porto, un marinaio, Paul (Norman Ashley). Elishama, però, teme che la messinscena possa finire con l'annichilimento di Clay.
Viene, comunque, la sera concordata: il marinaio, mentre cena con Clay, gli confessa di aver accettato solo per potersi comprare una barca propria con i soldi ricevuti in questa occasione. Terminata la cena, Paul è condotto nella camera dove Virginia lo aspetta: la leggenda viene rispettata, anche se Paul immediatamente si fa coinvolgere dall'episodio e le chiede di partire con lui. Ma, comunque, rispetta l'accordo con CIay, che, intanto, nel patio, attende l'evolversi della situazione. 
Prima di partire, Paul lascia a Clay una bellissima conchiglia per Virginia. Poi, accompagnato da Elishama, gli confessa che non andrà mai in giro a raccontare questa incredibile e meravigliosa avventura capitatagli.
Ecco: la "profezia" di Elishama si è avverata, a Clay il suo potere non è servito proprio a niente (e la leggenda continuerà a vivere). Clay, nel frattempo, muore sulla "sua" sedia nel "suo" patio. Elishama spiega a Virginia: "Ha atteso fino all'alba per assaporare questo suo trionfo ma poi non ha resistito alla conclusione. È davvero tremendo per chi vuole qualche cosa al punto da non poterne fare a meno... Se non riesce ad ottenerla, è tremendo, ma quando la ottiene, diventa certo ancora più tremendo. Tutto questo io l'ho già sentito. Sì, molto tempo fa. Ma dove è stato?".


Jeanne Moreau: Virginie Ducrot

COMMENTO - C'è poco da aggiungere a un intreccio così chiaro e così bello. Qualche notazione a margine, forse banale e scontata. Come, per esempio, sottolineare I'ossessione del protagonista: la volontà di dar "vita" a questa leggenda del marinaio, immaginando di annullarla "comprandola" con la sua onnipotenza: ma - purtroppo o per fortuna - I'immaginazione e la realtà spesso sono molto lontane tra loro. Nella messinscena che Clay fa organizzare da Levinsky, la putaine irrespectuese è "la prova definitiva del suo fallimento", e probabilmente - pur nella sua spocchia boriosa - Clay lo sa benissimo. Tutt'affatto diverso, invece, è il rapporto con il suo "servo prezzolato", il viscido Elishama Levinsky, che lo odia ma lo ossequia e lo serve - il che è un giusto riconoscimento da pane di Welles (e lui lo sa forse meglio di noi) alla forza del denaro. Forse proprio come Welles per fare un film (Welles, infatti, se lo conquista con tante partecipazioni anche di infimo livello,ma pur sempre pagate in contanti, che spesso sostituiscono la latitanza dei produttori), Clay paga, anche lui, in moneta sonante e in termini vitali, il diritto di rappresentazione, le royalties della legenda.
Un'operazione difficile, quasi impossibile. Ma, mentre la leggenda tenta di farsi storia, la rappresentazione, nella fattispecie, fallisce più o meno miseramente.
Quindi - anche se Clay ricorda al marinaio che "in America, quando citano il mio nome, citano un milione di dollari. Quel milione di dollari sono io, sono i miei anni, è la mia vita. E s'avvicina il momento in cui metà di me morirà, e I'altra metà, il mio milione di dollari, continuerà a vivere. Ma dove?" - non si tratta proprio del cosiddetto e fin troppo abusato "Cazzo! Io pago...", troppo volgare e primario esempio di dinamiche quotidiane e attuali. 
Il ritmo, poi, si adatta perfettamente a questo Welles "maturo", ma sempre uguale a se stesso con i suoi nasi finti, il trucco ad accentuare la vita che scorre piuttosto che a nasconderla dietro patetici "affreschi" che ricordano le foto di regime del "realismo socialista" o le figurine degli amori hollywoodiani regalate dentro alle cartine delle caramelle.






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