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martedì 7 giugno 2016

OTELLO (The Tragedy of Othello: The Moor of Venice) - Orson Welles



OTELLO 
The Tragedy of Othello: The Moor of Venice 

Regia - Orson Welles
Soggetto - William Shakespeare (dalla tragedia omonima)
Sceneggiatura - Orson Welles e Jean Sacha
Produttore - Scalera Film, Mercury Productions, Les Film Marceau
Distribuzione (Italia) Scalera Film
Fotografia - Anchise Brizzi, George Fanto, Alberto Fusi, Aldo Graziati e Oberdan Troiani
Montaggio - Jenö Csepreghy, Renzo Lucidi, William Morton e Jean Sacha
Musiche - Alberto Barberis e Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia - Luigi Scaccianoce, Alexandre Trauner, Vittorio Valentini 
Arredatore: Elso Valentini
Paese di produzione - Francia, Italia, Marocco, USA
Anno 1952
Durata 91 minuti
Colore - Bianco/Nero
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico

Interpreti e personaggi

Orson Welles: Othello
Micheál MacLiammóir: Iago
Robert Coote: Roderigo
Suzanne Cloutier: Desdemona
Hilton Edwards: Brabantio
Nicholas Bruce: Lodovico
Michael Laurence: Michael Cassio
Fay Compton: Emilia
Doris Dowling: Bianca
Abdullah Ben Mohamet: Page-boy (uncredited)
Joseph Cotten: Senator (uncredited)
Jean Davis: Montano (uncredited)
Joan Fontaine: Page (uncredited)

Doppiatori italiani

Gino Cervi: Othello
Sandro Ruffini: Iago
Carlo Romano: Roderigo
Rina Morelli: Desdemona
Mario Besesti: Brabantio
Giorgio Capecchi: Lodovico
Emilio Cigoli: Michael Cassio
Giovanna Scotto: Emilia

Premi

Festival di Cannes 1952: Grand Prix du Festival (ex aequo con Due soldi di speranza)




TRAMA - Questo Otello, forse ha, tra i film di Welles, la palma (oltre quella, legittima, che conquisa nel '52 a Cannes ex-aequo con Due soldi di speranza di Castellani) del più sofferto. È una storia d'amore e gelosia, tanto classica quanto famosa: nell'isola di Cipro si celebra, sottolineato dal Dies lrae, il funerale del "nero" Otello, generale della Repubblica veneta, e di sua moglie Desdemona, figlia del senatore Brabanzio. 
Otello, come veniamo subito a sapere, ha ucciso la moglie (che era scappata di casa per sposarlo) e poi, a sua volta, si è tolto la vita. Jago, alfiere di Otello (di cui era geloso, visto che era segretamente innamorato di Desdemona), aveva fatto denunciare il "Moro" al consiglio della Repubblica veneta. Poi, quando Otello - nominato governatore e capo dell'esercito veneziano a Cipro assediata dai Turchi - aveva fatto Cassio suo luogotenente, ancora Jago aveva tramato per suscitare la sua gelosia nei confronti dell'amico. Sarà di Jago anche il "gioco" del fazzoletto - il primo regalo del "Moro" a Desdemona: dirà l'infame di averlo visto in mano a Cassio (dopo averlo fatto passare, in effetti, dalle mani di Emilia, dama di compagnia di Desdemona, a quelle di Bianca, una cortigiana che vive con Cassio).
Otello ne è tanto sconvolto che deve farsi sostituire nella carica di governatore: Cassio, intanto, è ucciso da Jago, che poi ucciderà anche Emilia, dopo che questa avrà rivelato la trama ordita da Jago e dopo che Otello, pazza di gelosia, avrà strangolaro Desdemona.
Otello non resiste alla verità e al rimorso e si uccide sul corpo della moglie. Jago resterà I'unico vivo a pagare per le colpe e le morti che lui solo ha commesso e causato.



    
COMMENTO - Anche con questo Otello la critica reagisce in modo piuttosto freddo, choccata dalla resa carnale, umana e sanguigna del classico shakespeariano; ancora una volta tornano le querelles che sembrano costituire il tessuto connettivo della critica che non ha niente da dire. 
Sofferto il progetto e sofferta anche la realizzazione, frazionata nel tempo (occorrono quattro anni per completarlo) e nei luoghi, che vanno da Venezia a Tuscania, al Marocco dove contemporaneamente lavora di giorno a La Rosa Nera  di notte è anima e corpo della sua regia, anche con costumi e scene appartenenti all'altro film. Ogni giorno c'è qualcosa da inventare e Welles "improvvisa", inventa, prova, riprova e ritrova, riducendo i costi ma non la qualità del film (l'assassinio di Rodrigo, come è noto, fu girato in un bagno turco perché i costumi non erano arrivati in tempo).
All'epoca - e ancora oggi - si rinfaccia a Welles un legame (soprattutto nelle sequenze del doppio funerale con cui si apre il film) troppo forte, quasi di dipendenza, con   Ėjzenštejn. E si sottilizza sulla sua interpretazione, giudicata monotona o, nel migliore dei casi, "barbarica". Certo, questo Otello è stato realizzato "a puntate", per le numerose interruzioni, causate più che altro dalla defezione improvvisa della Scalera Film di Roma (per cui Welles spende quello che guadagna sul set de La Rosa Nera) ma anche dalle beghe amorose dello stesso regista (che prima "parte" con Lea Padovani - all'epoca la sua nuova "fidanzata" - come Desdemona, poi la sostituisce con Besy Blair, e, finalmente, con Suzanne Cloutier). 
D'altronde è ormai indispensabile (per il pubblico e per il lettore) il fatto che Welles urti sempre contro qualche situazione "impossibile" a prima vista, ma che poi riesca a risolverla, e non certo nel peggiore dei modi. Welles, tra l'altro, riesce, nonostante tutto, ad avvalersi di attori eccezionali come il suo amico Micheál MacLiammóir, per esempio, che - nel ruolo di Jago - offre un'interpretazione difficilmente dimenticabile (oltre il resto, busines are business il regista convince una compagnia televisiva tedesca a produrgli un film sulla genesi di questo Otello, in cui ripercorrerà tutte le pause, i problemi e le difficoltà legate alla sua realizzazione: uscirà, trent'anni dopo, nel 1980, col titolo Filming Othello). 
Otello arriva a Cannes sono bandiera marocchina (!), più o meno come qualche anno dopo l"'iraniano" F for Fake.
Certo, nel film restano incancellabili alcune "magagne": 
"Ogni volta che si vede qualcuno di spalle con un cappuccio in testa, si può essere certi che si tratta di una controfigura. Ho dovuto far tutto in campo-controcampo perché non riuscivo mai a riunire davanti alla macchina da presa Jago, Desdemona e Rodrigo", dirà Welles.
D'altronde, le inquadrature brevi si giustificano anche in un altro senso, forse meno avventuroso ma probabilmente più reale le riprese lunghe - per non parlare dei piani-sequenza - richiedono d'obbligo una troupe di alto livello tecnico e spese non indifferenti. 
Un dato positivo, però, è che Welles ritorni, dopo molto tempo, al controllo del montaggio, pratica che Hollywood gli aveva quasi sempre precluso.
Come al solito gli si rimprovera la "barbarica vitalità" o, se si preferisce, il vitalismo sanguigno e carnascialesco dei personaggi e delle mises-en-scène. Ma, forse, si tratta dell'estetica del melodramma (ante litteram e ben prima di Senso), data anche la sua posizione di netta chiusura nei confronti del cosiddetto straparlato e abusato "realismo": 
"Con Otello - spiega - sentivo di dover scegliere tra il filmare la pièce o proseguire nell'esperienza di adattare liberamente Shakespeare alle esigenza del cinema. Senza pensare neanche per un momento a paragonarmi a Verdi, ritengo che il suo esempio mi fornisca la migliore giustificazione. Anche se l'opera Otello non è molto diversa dalla tragedia, essa rimane prima di tutto un'opera. Così spero che il film Otello sia innanzitutto una "realizzazione cinematografica". 
Operazione coraggiosa e azzardata, certo - e persino sconvolgente nei confronti dei cultori degli adattamenti lineari e fedeli dei classici - ma anche indizio di quella forza della libertà di fare che mi fa ricordare la frase (quasi un epigramma) di Bertolt Brecht per cui il problema non sta tanto nell'adattare i classici o nel diritto a farlo, quanto - brutalmente e senza possibilità di replica - nel "Se ne ha il diritto, se se ne è capaci". 
Quindi, via il cartone, via gli "orpelli", e tutti gli altri ammennicoli connessi a messe in scena teatrali pedissequamente filmate e dentro, invece, il cielo, la vita, le leggende della vita, di quella vita vissuta popolarmente e propria dell'antica tragedia, senza "maniere" o modi pretestuosi e rispettosi della fedeltà ma innaturali....
Welles lo ha fatto e ne è convinto. E io con lui.




   
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