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domenica 24 luglio 2016

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE (All the President's Men) - Alan J. Pakula



TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE 

Titolo originale - All the President's Men
Lingua originale - Inglese, spagnolo
Paese di produzione - Stati Uniti
Anno 1976
Durata 138 minuti
Colore - Colore
Audio - Sonoro
Genere - Drammatico, storico
Regia - Alan J. Pakula
Soggetto libro omonimo di Bob Woodward e Carl Bernstein
Sceneggiatura - William Goldman
Produttore - Walter Coblenz
Fotografia - Gordon Willis
Montaggio - Robert L. Wolfe
Musiche - David Shire
Scenografia - George Jenkins
Costumi - Bernie Pollack
Trucco - Gary Liddiard

Interpreti e personaggi

Robert Redford: Bob Woodward
Dustin Hoffman: Carl Bernstein
Jack Warden: Harry M. Rosenfeld
Martin Balsam: Howard Simons
Hal Holbrook: William Mark Felt ("Gola profonda")
Jason Robards: Benjamin C. Bradlee
Jane Alexander: Judy Hoback, contabile di Hugh Sloan
Meredith Baxter: Debbie Sloan
Ned Beatty: Martin Dardis
Stephen Collins: Hugh W. Sloan Jr.
Penny Fuller: Sally Aiken
Robert Walden: Donald Segretti
John McMartin: Scott

Doppiatori italiani

Cesare Barbetti: Bob Woodward
Ferruccio Amendola: Carl Bernstein
Sergio Fiorentini: Harry M. Rosenfeld
Arturo Dominici: Howard Simons
Giorgio Piazza: William Mark Felt ("Gola profonda")
Giuseppe Rinaldi: Benjamin C. Bradlee
Vittoria Febbi: Judy Hoback, contabile di Hugh Sloan
Renato Mori: Martin Dardis
Angelo Nicotra: Hugh W. Sloan Jr. - Alfred C. Baldwin III
Flaminia Jandolo: Sally Aiken
Manlio De Angelis: Donald Segretti
Luciano De Ambrosis: Joe Markham
Rita Savagnone: segretaria di Martin Dardis
Sergio Graziani: Scott
Alessandro Sperlì: Moffett, capo redattore della cronaca interna del Washington Post
Nando Gazzolo: John Mitchell, ministro della Giustizia
Antonio Guidi: Ken Clawson
Piero Tiberi: Bachinski
Gianfranco Bellini: Al Lewis, giornalista del Washington Post
Simona Izzo: Betty Millene - Debbie Sloan





Due sconosciuti reporter del Washington Post, due nani del giornalismo, contro "tutti gli uomini del Presidente". Davide contro Golia, la tenacia e la fatica della cronaca quotidiana contro le massime autorità del paese più sviluppato del mondo. Non per idealismo o per impegno politico, ma per ambizione di carriera, di 'scoop'. 
C'è una trama oscura che si addensa sempre più, e c'è curiosità e ostinazione per un mistero di cui venire a capo. Bisogna compiere senza scrupoli un lavoro scrupoloso. Ma nessuno immagina che quel lavoro può arrivare al punto di travolgere la cupola del potere.
È lo scandalo Watergate, visto con gli occhi di chi lo fece esplodere, raccontato in un film che lo documenta dal vivo, ponendo in primo piano, ancor più che i volti dei protagonisti, gli strumenti del loro mestiere: il telefono, la macchina da scrivere, il notes d'appunti, le registrazioni, le fotocopie d'assegni, gli elenchi in cui frugare, le sottolineature, le cancellazioni, le domande da porre, le risposte da strappare ad ogni costo, con la dolcezza, con l'inganno, con la crudeltà.
C'è una sequenza che riassume al meglio il senso di tutto ciò: quella girata alla Biblioteca del Congresso a Washington, in cui i due pugnaci cronisti si trovano davanti una montagna di schede da esaminare. Non si spaventano e si mettono a consultarle una per una. La macchina da presa si alza, rendendoli sempre più piccoli: una coppia di formichine che, scavando nei meandri della Casa Bianca, porterà alla luce il marcio del sistema. La macchina si alza fino al soffitto, anzi proprio fino alla 'cupola' del palazzo. 
Metafora eccellente, che racchiude lo spirito dell'intero film.
Il titolo Tutti gli uomini del Presidente è la parafrasi di Tutti gli uomini del re, che vinse l'Oscar nel 1950.
Il suo regista e sceneggiatore Robert Rossen stava nel mirino del comitato maccartista, in cui da tempo sedeva un avvocato di nome Richard Nixon. ll personaggio centrale s'ispirava a un politico corrotto e fascistoide, il senatore Hucy Long governatore della Louisiana. Lo aveva raccontato Robert Penn Warren nell'omonimo romanzo (All the King's Men) insignito del premio Pulitzer e divenuto un bestseller.
Lo incarnava sullo schermo, guadagnandosi l'Oscar pure lui, quel Broderick Crawford che Fellini vorrà per Il bidone, nonostante la sua fama di alcolizzato, d'altronde non smentita.
Ora, All the President's Men fu il titolo adottato da Carl Bernstein e Robert Woodward per il libro coi servizi sul caso Watergate che li avevano resi celebri. 
Nel 1975 Robert Redford, prima di accingersi a interpretare I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, se ne assicuro i diritti per la trasposizione cinematografica.
Era appunto affascinato dal fatto che quella battaglia di verità fosse stata ingaggiata da due anonimi reporter piuttosto che dalle grandi firme del giornalismo politico, e condotta non senza ostacoli anche nella redazione del Washington Post.
L'anno dopo, l'attore vide The Parallax View, I'inquietante thriller (in Italia Perché un assassinio) in cui Alan Jay Pakula (New York, 7 aprile 1928 – Melville, 19 novembre 1998) riecheggiava alla lontana il complotto per l'uccisione di Kennedy a Dallas, e fu convinto - da promotore se non da produttore - ch'era lui il regista adatto all'impresa. Dove tuttavia non c'era un complotto contro il Presidente, bensì un complotto del Presidente e dei suoi uomini contro la nazione.
Così, in concomitanza col secondo libro dedicato ai 'giorni finali' di Nixon dal tandem sintetizzato in redazione come 'woodstein', usciva nel 1976 - un anno e mezzo dopo le dimissioni del presidente - il film interpretato da una coppia d'attori non meno famosi: Dustin Hoffman nei panni di Bernstein e lo stesso Redford in quelli di Woodward. Fu I'opera più fortunata nella carriera di Pakula, accompagnata da quattro Oscar seppure non dei principali. Jason Robards, che lo ricevette quale non protagonista nel ruolo del direttore del giornale, curiosamente lo raddoppiò l'anno successivo in quello dello scrittore Dashìell Hammett per Giulia di Zinnemann.
Tutti gli uomini del Presidente condensa in due ore e un quarto, grazie all'abile sceneggiatura di William Goldman anch'essa premiata insieme con la scenografia e col suono, i materiali della prima fase dell'inchiesta: quella compresa tra il 17 giugno 1972, la notte in cui si affaccio il 'caso' in seguito all'effrazione di cinque individui nella sede del partito democratico (situata nel complesso residenziale Watergate), e il 7 novembre dello stesso anno, giorno in cui Nixon veniva trionfalmente rieletto mentre ormai si andavano precisando le sue dirette responsabilità nello 'scandalo'. Pezzo dopo pezzo si stava sfaldando il 'muro di gomma' eretto dai coinvolti e dai testimoni, il 'Comitato per la rielezione del Presidente' appariva in chiaro come macchina di spionaggio e di corruzione, si era documentato capillarmente a che cosa servivano i suoi fondi neri, a comprare Cia e Fbi, istituzioni e ministri, a combattere illegalmente il partito avverso. Per tre quarti il largo schermo è occupato dalla telecronaca dell'evento: il sorridente Nixon che di nuovo giura fedeltà alla Costituzione. Ma a destra la macchina da scrivere continua a 'mitragliare' nuove e devastanti informazioni, che condurranno alla resa finale.
Due entità a confronto in nome della spregiudicatezza: l'informazione e la politica. Un film d'azione paradossalmente basato sulla staticità, dominato dalle parole e dalle mezze parole. Il testimone più importante, battezzato 'Gola profonda' dal titolo del più classico dei pornofilm, si materializza nel minaccioso buio di un parcheggio e guida Woodward distillando verità col contagocce. Ma neanche in questo caso si tratta di una figura simbolica: tutto nel film è reale" E l'interesse cresce, come in una partita piena d'angoscia e di suspense, con l'inserimento di inattese pedine e I'evidente imbarazzo, per non dir terrore, dei pochi sottoposti al terzo grado diretto (non c'è quasi domanda di Bernstein che non martelli il 'perché').
In Parallax View un giornalista di provincia (Warren Beatty) si trovava al centro di una visione distorta - come quella su un oggetto spostato dalla parallasse - che lo condannava al fallimento e alla morte. Là l'eroe americano era pessimisticamente distrutto. Qui lo si recupera in positivo, ma non al prezzo di un capovolgimento romantico. Dei due non si sa niente di privato, all'inizio stanno insieme malvolentieri, poi si dividono i compiti e collaborano, ma esclusivamente nell'ansia di un mestiere spietato in un contesto spietato, senza scelte di campo (anzi Woodward si dichiara repubblicano) che non siano la voglia di scoop e la vittoria sulla concorrenza.
L'investigazione è tutta costruita sull'ossessione di sapere, sulla necessità di allineare le prove: da una parte le ombre dell'esterno, dall'altra il luminoso biancore del posto di agguato (la redazione ricostruita in studio con una spesa di quasi mezzo milione di dollari).
Questo è il ricorrente motivo stilistico che regge il film.
E il problema che ne nasce, appassionante, è quello del conflitto duro, implacabile, all'interno di una democrazia costretta, per sopravvivere, a neutralizzare l'infezione che la corrode....





CURIOSITÀ

Robert Redford incoraggiò Bob Woodward e Carl Bernstein a scrivere un libro sulla vicenda in quanto interessato ad acquisirne i diritti cinematografici.
Nella scena dell'arresto, all'inizio del film, uno dei poliziotti è F. Murray Abraham, nel suo primo ruolo cinematografico accreditato.
Frank Wills, la guardia che scoprì l'effrazione nel Watergate, interpreta il ruolo di se stesso.
Il numero telefonico 456-1414 che il personaggio di Woodward compone per chiamare la Casa Bianca corrisponde al vero numero del centralino della sede presidenziale.
Fu il primo film che Jimmy Carter guardò nel periodo della sua presidenza.
Il titolo originale è una chiara allusione alla filastrocca per bambini "Humpty Dumpty", in cui il personaggio (un uovo) cade dal muro e si fa a pezzi, e "all the King's horses and all the King's men / couldn't put Humpty together again" (tutti i cavalli e gli uomini del re non poterono rimetterlo insieme), cioè un danno irreparabile.


RICONOSCIMENTI

Nel 2010 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

1977 - Premio Oscar
Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Migliore sceneggiatura non originale a William Goldman
Migliore scenografia a George Jenkins e George Gaines
Miglior sonoro a Arthur Piantadosi, Les Fresholtz, Rick Alexander e James E. Webb
Nomination Miglior film a Walter Coblenz
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula
Nomination Miglior attrice non protagonista a Jane Alexander
Nomination Miglior montaggio a Robert L. Wolfe

1977 - Golden Globe
Nomination Miglior film drammatico
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula
Nomination Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Nomination Migliore sceneggiatura a William Goldman

1977 - British Academy Film Award
Nomination Miglior film
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula
Nomination Miglior attore protagonista a Dustin Hoffman
Nomination Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Nomination Miglior attore non protagonista a Martin Balsam
Nomination Migliore sceneggiatura a William Goldman
Nomination Migliore fotografia a Gordon Willis
Nomination Migliore scenografia a George Jenkins
Nomination Miglior montaggio a Robert L. Wolfe
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Milton C. Burrow, James L. Webb, Les Fresholtz, Arthur Piantadosi e Rick Alexander

1976 - National Board of Review Award
Miglior film
Migliore regia a Alan J. Pakula
Migliori dieci film
Miglior attore non protagonista a Jason Robards

1977 - Kansas City Film Critics Circle Award
Miglior attore non protagonista a Jason Robards

1977 - New York Film Critics Circle Award
Miglior film
Migliore regia a Alan J. Pakula
Miglior attore non protagonista a Jason Robards

1977 - American Cinema Editors
Nomination Miglior montaggio a Robert L. Wolfe

1977 - Directors Guild of America
Nomination DGA Award a Alan J. Pakula

1977 - National Society of Film Critics Award
Miglior film
Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Nomination Migliore regia a Alan J. Pakula

1977 - Writers Guild of America
WGA Award a William Goldman



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