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lunedì 28 maggio 2018

BEATRICE CENCI - Tragedia di Alberto Moravia

Beatrice Cenci (Roma, 6 febbraio 1577 – Roma, 11 settembre 1599)
fu una giovane nobildonna romana giustiziata per parricidio e poi assurta al ruolo di eroina popolare.


BEATRICE CENCI


Tragedia in prosa in tre atti e un epilogo di Alberto Moravia. 
Rappresentata a San Paolo del Brasile il 3 agosto 1955, 
venne pubblicata su "Botteghe oscure", XVI (1955).


ATTO I

È il dicembre del 1598: da due anni Beatrice Cenci e Lucrezia, sua matrigna, sono recluse nella remota Rocca di Petrella per volere del padre di Beatrice, il conte Francesco, che costringe la moglie e la figlia a vivere nella miseria, avendo scialacquato tutto il patrimonio per i vizi e le ammende comminategli. Esse sperano di venire liberate per intervento del fratello di Beatrice, Giacomo, implorato in una lettera di Beatrice, recapitata invece - dal maestro di chitarra Marzio, a cui era stata affidata - al castellano Olimpio, che vuole possedere Beatrice, sottraendola alla crudele furia di suo padre Francesco. 
Il conte Cenci dà senso alla sua vita incrudelendo senza motivo. Per vincere la noia si reca alla Rocca, ove punisce la figlia, picchiandola duramente, per la disobbedienza dimostrata e prolungandone la prigionia. Beatrice, esasperata al vedere la sua innocenza negata, minaccia vendetta con qualche gesto estremo. Davanti alla matrigna e a Marzio, Beatrice rivela di aver ricevuto delle proposte da Olimpio e di averle respinte, ma ora è disposta ad accettarle pur di raggiungere lo scopo prefisso.


ATTO II

Sono trascorsi alcuni mesi: Beatrice è l'amante di Olimpio, e ciò inquieta Lucrezia, che teme la reazione del marito. Olimpio, per legare a sé Marzio, gli rivela il piano per far uccidere Francesco dai briganti durante una cavalcata mattutina intorno alla Rocca, ma Marzio lo mette in guardia dall'essere manovrato da Beatrice. 
Il piano fallisce e Olimpio se ne tira fuori. Beatrice, perduta l'innocenza, non vede invece altre vie d'uscita e respinge l'offerta del padre, deciso a mutare vita, a trasferirsi a Roma con la figlia darla in moglie all'uomo da lei scelto. Beatrice, per compiere la vendetta, mente alla matrigna, a Olimpio e a Marzio, facendo passare il ravvedimento paterno per un accorto piano del conte contro di loro.


ATTO III

La notte prima della partenza Francesco è assassinato per la fredda determinazione di Beatrice, che spinge Olimpio al delitto, sebbene Lucrezia cerchi di fermarlo.
Ucciso Francesco, Olimpio istruisce Beatrice sulla falsa versione da fornire, ma Beatrice ha la mente rivolta all'unica cosa che la faccia sentire viva, I'amore per Olimpio, che teme non resisterà alla prova.


EPILOGO

L'inchiesta conferma la versione dei fatti dei congiurati, nonostante le insistenti voci di omicidio. Olimpio, in procinto di partire per Roma, sazia d'amore Beatrice: per rasserenarla, le promette di vivere con lei il resto dei suoi giorni da qualche parte in Italia. Ma Beatrice vuole separarsi da Olimpio, perché prova orrore della colpevole normalità su cui dovrebbe costruire il suo futuro. Vuole rinchiudersi in convento per riconquistare I'innocenza perduta e
Olimpio fugge, evitando cosi l'arrivo del magistrato Tirone, che accusa i congiurati dell'assassinio di Francesco. Beatrice, pur proclamandosi innocente, viene condotta al suo destino. 


Alberto Moravia

Come Pirandello, che nei Giganti della montagna aveva individuato nel sacrificio del teatro e del suo linguaggio l’unica possibilità per la resurrezione della scena, anche Moravia, che alla scrittura drammatica si dedica sempre marginalmente, sperimenta nella rappresentazione della follia nazista e nella corrispondente negazione di ogni libertà artistica una possibilità di rifondare il tragico contemporaneo.
Con la sua prima tragedia, Beatrice Cenci, del 1955, lo scrittore aveva tentato di riproporre il modello formale della tragedia tradizionale italiana, addirittura recuperando l’ormai desueta strutturazione in cinque atti e l’argomento storico attinto dalle cronache e dalla loro rielaborazione letteraria, nel caso specifico prevalentemente da Stendhal e Artaud. Ma l’esperimento non aveva soddisfatto l’autore, che dichiarava di non essere riuscito a centrare l’attualità, ovvero "tutto ciò che è veramente, profondamente importante in un dato momento storico".



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