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venerdì 25 maggio 2018

GLI ARCANGELI NON GIOCANO A FLIPPER - Dario Fo



GLI ARCANGELI NON GIOCANO A FLIPPER 
Dario Fo


Commedia in prosa in tre atti di Dario Fo. Rappresentata al Teatro Odeon di Milano l'11 settembre 1959, venne pubblicata a Torino nel 1966.

Personaggi

Lungo (Tempo sereno)

Primo amico | Primo Impiegato | Accalappiacani | Carabiniere |
Partecipante all'inaugurazione

Secondo amico | Secondo Impiegato | Direttore del canile | Sindaco

Terzo amico | Cameriere | Brigadiere | Prestigiatore | Cerimoniere

Pasticciere | Pope | Signore agli sportelli | Commissario | Ministro

Quarto amico | Terzo Impiegato | Guardiano del canile |
Capostazione | Partecipante all'inaugurazione

Quinto amico | Dottore | Quarto Impiegato | Capotreno 

Sesto amico | Quinto Impiegato | Carabiniere premiato
all'inaugurazione

Bionda (Angela)

Prima amica | Signora agli sportelli | Signora che partecipa
all'inaugurazione

Seconda amica | Seconda signora agli sportelli | Signora che
partecipa all'inaugurazione

Terza amica | Signora che partecipa all'inaugurazione


Gli attori devono essere in numero di dodici (comprese le quattro attrici). Ognuno di essi reciterà, oltre al personaggio iniziale, anche quei personaggi che seguono elencati sullo stesso rigo. 


ATTO I

Sei balordi, che vivono la città notturna come un grande biliardino, ove tutto ciò che si tocca fa "tilt" come nel flipper, giocano una beffa a un loro amico, il Lungo, così detto per la sua struttura fisica, già marchiato dalla vita per il cognome Tempo e per essere stato ferito in guerra all'osso sacro.
Insistono a farlo sposare con una moglie da loro procuratagli con un insensato annuncio, assoldando in realtà una prostituta e spacciandola per una ricca albanese. Per garantirle una dote truffano un pasticciere, fingendo che il Lungo soffra di congestione causata dai suoi dolci. Il pasticciere, temendo di dover chiudere il negozio, dà loro una cospicua somma per cure cliniche, prescritte da un finto medico. Scoperti, fuggono lasciando inanimato al suolo il Lungo. 
Da questo momento lo sviluppo della vicenda è in realtà un sogno del Lungo. Il Lungo scopre di aver impalmato una procace biondona di nome Angela, con cui non riesce a instaurare un dialogo. Egli non tollera più che la sua vita sia una beffa e respinge gli amici, che pretendono da Angela le sue usuali prestazioni, ottenendo il commosso affetto della consorte.

ATTO II

Il Lungo va a Roma, al Ministero, a riscuotere la pensione dovutagli da anni; solo minacciando gli impiegati con una finta bomba a mano riesce a ottenere la loro attenzione: la sua pratica non era mai avanzata perché il Lungo era stato registrato come un cane bracco, non avente dunque diritto ad alcuna pensione. Il Lungo è arrestato, ma al commissariato le autorità fanno luce sulla vicenda: un impiegato burlone, per vendicarsi di una mancata promozione, ha manomesso i dati anagrafici dei suoi colleghi e dei loro parenti prossimi, oltre, per sbaglio, a quelli del Lungo. Per ovviare all'inconveniente il Lungo deve accettare lo status anagrafico e farsi passare per cane randagio.
Portato al canile, scampa alla camera a gas facendosi acquistare da un prestigiatore, da cui impara i trucchi del mestiere, ma da cui scappa perché è uno sfruttatore. Sul treno, il Lungo ruba l'abbigliamento di gala del Ministro. Quando scende, è cosi scambiato per il Ministro e accolto con i dovuti onori, mentre gli viene annunciata anche la visita, a sorpresa, di sua moglie: si trova di fronte Angela, divenuta l'amante del Ministro e spacciatasi nell'occasione per sua moglie. Il Lungo stupisce la platea convenuta per la cerimonia con i giochi di prestigio, riscuotendo cosi la simpatia generale.


ATTO III

È notte e il Lungo è ospitato in un elegante albergo; il sindaco gli consegna i soldi per edificare un sedicente monumento al cane. Il sogno s'interrompe quando Angela, maltrattata dal vero Ministro, vuole scappare con il Lungo. Gli amici procedono nella beffa secondo le tappe sognate dal Lungo, che conosce già lo svolgimento della storia, sorprendendo i compagni. 
Quando finalmente vede la sposa, è deluso, trovandosi di fronte una bruttona: e se la prende con gli arcangeli, responsabili dei sogni. Angela, allora, pone fine allo scherzo e si toglie il mascheramento, esibendo così proprio le forme sognate dal Lungo. Il Lungo si scusa con gli arcangeli, che non giocano a flipper, e cioè non regolano i sogni per burlare gli umani. 
Il sogno è diventato realtà, dal momento che egli trova nella giacca la busta consegnatagli dal sindaco nel sogno. La somma è davvero cospicua, ma il Lungo, per liberarsi da eventuali scocciatori, finge di gettare il denaro dalla finestra, tenendoselo in realtà per usarlo insieme ad Angela, a lui ormai legata.





Lo spunto di Gli arcangeli non giocano a flipper gli è venuto da una novella di Augusto Frassineti, uno scrittore che ha collaborato alla sceneggiatura de Lo svitato (1956). La chiave del racconto di Frassineti è lo sbaglio anagrafico per cui un uomo viene registrato come cane, mettendo così in moto una serie di situazioni paradossali in cui si satireggia la burocrazia di stato. Questo tema, che in Frassineti è centrale, diventa nel copione di Fo uno dei tanti motivi che, assieme ad altri, dà vita a una girandola di situazioni incastrate una nell'altra.
Rispetto alle farse, nella commedia sono presenti alcune grosse novità. Innanzitutto compaiono due personaggi autonomi, delineati a tutto tondo, un lui/lei coppia con una sua love story progressivamente emergente. Un'altra novità è data dalla presenza in scena, per la prima volta, di un gruppo socialmente determinato, non più il concentrato precedente di tipi fissi-absurdisti. Infine la scelta dei personaggi, tutti sottoproletari e "balordi", come fino ad ora è successo solo nel teatro dialettale. Sono dei balordi bonari, sorta di proletariato di periferia che vive di espedienti per sopravvivere. Il loro lessico è gergale, con traduzioni-perifrasi prese dalla strada dove ricorrono come idioletti "faccia di palta" e "sei proprio un pistola".
Al Lungo, il protagonista, un ragazzone di periferia buono, credulone e sempre beffato dagli amici, durante i tre atti della commedia, ne capitano di tutte. Da un finto matrimonio con una biondona buona e gentile che risulterà poi una prostituta, alla scoperta di essere stato registrato all'anagrafe come cane bracco per il tiro birbone di un vecchio impiegato che prima di andare in pensione aveva manomesso numerosi documenti per vendicarsi dei torti subiti. Dalla effettiva trasformazione in cane, con un frenetico passaggio fra gli accalappiacani del canile municipale, alla metamorfosi in ministro in viaggio su un treno riservato, con uno scambio continuo di travestimenti e di persone, fino alla soluzione finale: è il momento del risveglio, tutta la storia agita in scena è stata infatti un sogno del Lungo, che è caduto sbattendo la testa nel primo atto. Una volta caduto sul piano reale, il sogno rivela la sua carica profetica, realizzandosi clamorosamente. Basta che il Lungo, deluso nei suoi entusiasmi onirici, davanti alla sposa che gli viene mostrata come un orrendo manichino, si metta a imprecare contro questi paradossali Arcangeli (il destino?) che scrollano i poveracci facendogli fare tilt quando meno se l'aspettano, perché subito si sveli l'autenticità del messaggio notturno. Il pupazzo infatti si libera dal trucco e ridiventa la bella e prosperosa Angela.
Una commedia a volte squinternata dove Fo ha messo dentro un po' di tutto, perfino la sua passione morbosa per i flipper, di cui è un giocatore instancabile. E da cui sprigiona una specie di "follia innocente", ma anche una voglia di mettere in grottesco il mondo e la realtà, con la schiera dei burocrati-impiegati che nel secondo atto sono rappresentati come manichini irrigiditi che ripetono all'infinito gli stessi gesti e che si esibiscono in canzoncine paradossali; con altri spunti garbatamente polemici contro la retorica delle istituzioni quando il Lungo si finge ministro e con il vero ministro stupido e corrotto, anche se siamo ancora lontani dalle accuse esplicite alla classe politica di Settimo: ruba un po' meno; ed infine soprattutto con la figura del Lungo che, come sostiene Fo, «è quasi una maschera da commedia dell'arte, vittima degli scherzi e dei lazzi degli altri personaggi». Il Lungo è il più balordo dei balordi, perché ha fatto della sua condizione un mestiere alle spalle degli amici, si fa passare per scemo, si presta a far la vittima dei loro giochi per cavarne di che vivere. Ed è significativo che sia proprio il Lungo, icona scenica di Fo, ad autodefinirsi "giullare". Negli Arcangeli infatti, in un dialogo fra il Lungo e la Bionda, compare per la prima volta nel teatro di Fo, la nozione di giullare.


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