sabato 26 maggio 2018

LA FONTANA DELLA VERGINE (The Virgin Spring) - Ingmar Bergman



LA FONTANA DELLA VERGINE 
Ingmar Bergman

Titolo originale - Jungfrukällan
Paese di produzione - Svezia
Regia - Ingmar Bergman
Genere - Epico, drammatico
Soggetto - Leggenda popolare
Sceneggiatura - Ulla Isaksson
Casa di produzione - Svensk Filmindustri
Fotografia - Sven Nykvist
Montaggio - Oscar Rosander
Musiche - Erik Nordgren
Scenografia - P.A. Lundgren
Costumi - Marik Vos-Lundh
Trucco - Börje Lundh
Anno 1960
Durata 89 minuti
Dati tecnici - Bianco/Nero


Interpreti e personaggi

Birgitta Pettersson : Karin
Gunnel Lindblom : Inger
Max von Sydow : Töre
Birgitta Valberg : Märeta
Axel Düberg: Pastore magro
Tor Isedal: Pastore muto
Ove Porath : Bambino
Allan Edwall : Mendicante
Oscar Ljung : Simon
Gudrun Brost : Frieda
Axel Slangus: Il guardiano del ponte
Tor Borong : Un bracciante
Leif Forstenberg : Un bracciante

Doppiatori italiani

Giuseppe Rinaldi: Max von Sydow
Lydia Simoneschi: Birgitta Valberg

Premi

Premi Oscar 1961: Oscar al miglior film straniero
Golden Globe 1961: Golden Globe per il miglior film straniero
Festival di Cannes 1960: Menzione speciale
Seminci 1961: Lábaro de oro





TRAMA - Una giovane donna, Inger, soffia sul fuoco, appende il paiolo e poi invoca il dio pagano Odino. In un'altra parte della casa, di proprietà di un ricco signore, si prega davanti al Crocifisso. La padrona di casa, Märeta, va a svegliare la figlia, incaricata di portare le candele alla chiesa, oltre il bosco: un'incombenza riservata dalla tradizione alle vergini. La giovane chiede di indossare gli abiti più belli: la tunica di seta, la cintura con le borchie d'oro. Intanto Inger, nel preparare le provviste per la giovane, toglie la mollica a una pagnotta e la sostituisce, per dispetto, con un rospo vivo. II padrone di casa, Töre, si reca a sua volta nella stanza della figlia e la rimprovera affettuosamente per non essersi svegliata all'alba.
Karin parte, a cavallo, accompagnata da Inger, che è visibilmente incinta: una gravidanza rabbiosa, perché la donna è stata violentata. Durante il percorso Inger dice di aver paura e si ferma nella casa di un vecchio, che si rivelerà dedito ad arti magiche. Intanto Karin incontra tre pastori, due adulti e un fanciullo. La seguono, la invitano a dividere con loro il cibo che reca con sé. Karin accetta. In una radura, davanti a una tovaglia, cominciano a mangiare, dopo che la giovane ha recitato una preghiera. lnger, nascosta poco distante, vede tutto quel che accade. A un certo punto il rospo esce dalla pagnotta. C'è un momento di tensione. I due pastori adulti si gettano su Karin e la violentano. Poi uno di essi la uccide con una bastonata. Inger ha in mano una pietra, ma non ha il coraggio di intervenire. I pastori derubano Karin degli abiti e fuggono. Soltanto il piccolo ha un gesto di pietà gettando della terra sul povero corpo abbandonato.
I pastori arrivano alla casa di Töre dove sono accolti generosamente. Vien dato loro da mangiare, e un giaciglio accanto al fuoco durante la notte gelida. I genitori di Karin pregano davanti al crocifisso, preoccupati perché la figlia non è ancora tornata. 
Märeta rimprovera il marito: "Mai un pensiero rivolto a Dio". 
Si odono alcuni colpi, e Märeta scende a vedere cosa succede, convinto che i due pastori stiano picchiando il bambino. Difatti lo vede che giace insanguinato. Uno dei pastori le offre una tunica in vendita, e la donna riconosce l'abito della figlia: è macchiato di sangue. Esce, rinchiude nella stanza i pastori, va dal marito a riferirgli la drammatica realtà. Töre avrà la conferma della tragedia da Inger.
Comincia la vendetta, che Töre compie secondo un rituale pagano. Abbatte una betulla, con le fronde si percuote per mortificare il suo corpo, quindi versa su di sé l'acqua della purificazione. Si arma di un coltello per scannare. Nella stanza dei pastori si siede in attesa dell'alba. Al canto del gallo li sveglia e si avventa su di loro, uccidendoli ad uno ad uno con fredda violenza, senza risparmiare neppure il bambino, nonostante l'intercessione della moglie. 
"Dio perdoni ciò che ho fatto"... dice.
Guidati da Inger, tutti vanno in cerca del corpo di Karin. Töre invoca Dio quasi rimproverandolo per non aver impedito I'assassinio. Poi gli chiede perdono e gli promette di costruire in quel luogo una chiesa con le sue stesse mani. Sollevano il corpo di Karin, e nel punto dove era posato il suo capo sgorga una limpida sorgente. È un segno divino. Inger e gli altri si lavano con quell'acqua in segno di purificazione.




COMMENTO - Tratto (da Ulla Isaksson) da una ballata svedese del quattordicesimo secolo, il film affronta direttamente, a differenza di altri una tematica religiosa. Anzitutto, il contrasto tra paganesimo e cristianesimo nel contesto storico-religioso della Scandinavia del tempo. Pagana è Inger, cristiana è Märeta . Il proprietario terriero Töre si trova in bilico fra la tradizione antica e la ventata nuova.
In lui ha luogo la conversione. Emblematiche sono le sue parole finali, davanti al corpo inanimato della figlia: 
"Ma tu vedi, Dio! Tu vedi, vedi la morte di un'innocente, vedi la mia vendetta e non l'hai impedito. Io non ti capisco. Eppure adesso chiedo il tuo perdono. Non conosco altro mezzo per conciliarmi con queste mie mani. Non conosco altro modo per vivere. Ti faccio voto, o Signore, qui, in penitenza del mio peccato, di edificare una chiesa con queste mie mani".

L'itinerario della conversione è semplice, didascalico. Ma Bergman, in altri momenti del film, va più a fondo nel presentare la sua problematica religiosa, nell'annunciare la sua ricerca che nelle opere successive assumerà forma compiuta. Lo si avverte, per esempio, nelle parole che un monaco dice al pastorello: 
"Vedi come il fumo trema e si abbarbica sotto il tetto come fosse paura dell'ignoto. Eppure se si librasse nell'aria troverebbe uno spazio infinito dove volteggiare. Ma forse non lo sa, e così se ne sta qui nascosto tremolante e inquieto. Con gli uomini capita lo stesso. Essi vagano inquieti come tante foglie al vento per quel che sanno e per quel che non sanno".




Il film, che rinuncia quasi completamente al dialogo e si affida unicamente alle immagini, si snoda in un clima teso, ansioso, quasi livido. Il dosaggio della colonna sonora corrisponde all'intento di suggerire una meditazione spirituale. È un'opera mistica, ma il suo misticismo ha un sapore aspro, forte. La trascendenza per l'uomo è lontana: si intravvede al di là di un tunnel di orrore e di sangue. Le sequenze dello stupro e della vendetta sono di un allucinante realismo: la violenza è perpetrata a freddo, quasi secondo una logica inevitabile.
Il lirismo nasce dalla parabola, non dalla manifestazione dei sentimenti. Si consideri, al riguardo, la reazione della madre, composta oltre il dovuto, alla notizia della morte della figlia. In realtà Bergman si compiace nel produrre un'osmosi tra allegoria e realtà, nel giocare con il tempo, nel mescolare eventi e presagi, nel fondere "il magico paesaggio con il dramma dei personaggi di cui costituisce una componente essenziale". 
Il contesto è simile a quello di Il settimo sigillo, ma qui lo sguardo non spazia sulle grandi piaghe dell'umanità, si limita a presentare uno scorcio di brutale violenza privata. Rispetto a Il settimo sigillo cambia pertanto il ritmo, che qui è più lento: il racconto ha un andamento ieratico, assorto. La poesia nasce dalle piccole cose di tutti i giorni: piccole gioie cancellate da grandi dolori. Ma La fontana della vergine, pur nella sua cupa ispirazione, rimane una delle opere di Bergman più nitidamente aperte alla speranza. La fontana che scaturisce sul luogo dell'assassinio della vergine innocente tornerà come simbolo in non poche citazioni dell'acqua purificatrice come, ad esempio, nel finale di Il silenzio.


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