9474652420519448 01688101952603718437

venerdì 8 giugno 2018

LA RABBIA (The Anger) - Pier Paolo Pasolini

Marilyn Monroe

LA RABBIA 

Genere - Documentario
Regia - Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi
Soggetto - Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi
Sceneggiatura - Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi
Montaggio - Nino Baragli, Giacinto Solito, Pier Paolo Pasolini
Paese di produzione - Italia
Anno 1963
Durata 104 min (prima parte: 53 min; seconda parte: 51 min)
Dati tecnici - Bianco/Nero

Doppiatori originali

Giorgio Bassani: Narratore in poesia (Pasolini)
Renato Guttuso: Narratore in prosa (Pasolini)
Gigi Ortuso: Narratore serio (Guareschi)
Carlo Romano: Narratore ironico (Guareschi)




Con La rabbia incomincia la polemica di Pasolini contro il "comunismo conformista" delle generazioni a venire, che perdurerà negli anni, sostanziata dalla fiducia nell'uomo, nella sua capacità di attuare l'unica rivoluzione in grado di cambiare I'instabile, sempiterno andamento della Storia: quella delle coscienze. 
Recitano infatti gli ultimi versi del film: "la Rivoluzione vuole una sola guerre, / quella dentro gli spiriti / che abbandonano al passato / le vecchie, sanguinanti strade della terra".

La rabbia, che ha inizio con immagini reiterare di esplosioni nucleari, simbolo della fragilità del mondo e del suo equilibrio del terrore, è innanzitutto una riflessione sul senso della Storia, dell'irresponsabile e cinica Storia Borghese, ma.anche I'espressione di una necessità dell'Utopia, del credere nella possibilità di un mondo altro. Di contro al mondo che ha estetizzato la forma merce al punto da svendere anche la propria tragedia, Pasolini mostra l'esistenza della speranza comunista cogliendola negli occhi della povera gente che crede ancora nella necessità di cambiare, negli anonimi volti sorridenti di sovietici ripresi durante le loro fatiche quotidiane, nella sofferenza e nel panico dei bambini martoriati dalla guerra nel Terzo Mondo. Tutto questo è contrapposto da una parre a quella società colonialista e razzista che porta su di sè la responsabilità della storia presente, dall'altra al grigiore paraborghese della nomenklatura sovietica, tecnocratico e burocratico apparato di potere, responsabile di una tremenda, chiesastica istituzionalizzazione dello "spirito rivoluzionario". Un'Europa dilacerata dagli squilibri tra comunisti e anticomunisti, tra tradizione e mito del progresso, viva e contraddittoria come una polveriera accesa, è contrapposta ad un'America culla di quel crudele infantilismo consumistico, omologante e guerrafondaio che Pasolini temeva (e non a torto) divenisse il nuovo modello culturale mondiale. 
Le guerre di liberazione del Terzo Mondo (Algeria, Cuba, Congo) sono contrapposte al sangue dei ribelli ungheresi del '56, da dove incomincia la storia dello sgretolamento sovietico, il quale a sua volta è contrapposto al fascismo franchista spagnolo, all'estrema destra francese e all'esercito israeliano in Egitto, in un gioco dialettico che di tanto in tanto lascia spazio alle incursioni della moda e del costume, alla mentalità "divistica" di un mondo che rifiuta la coscienza del suo male. Alla marea informe che ha bisogno della religione "per dare un senso al suo panico, alla sua colpa, alla sua-speranza", si contrappone il "sorriso di tartaruga" del nuovo papa, Giovanni XXIII, il papa contadino a cui I'anno seguente Pasolini dedicherà il suo film sulla vita di cristo. 
E nel triste sorriso della "sorellina minore" del mondo, Marilyn Monroe, simbolo di una bellezza che scompare come un "pulviscolo d'oro', divorata dal mondo che gliel'ha insegnata, si concludono le immagini della guerra "ronzio terribile, idiota, inverecondo", che riporta, dopo la fine della bellezza (così effimera eppure così essenziale per comprendere il gesto della vita) alle esplosioni atomiche, che di questa Storia di morte e di ingiustizia, in cui hanno trovato sede la bellezza e la speranza del cambiamento, potrebbero essere la fine. 
Come se tutto non fosse staro, come la bellezza di Marilyn, che un breve pulviscolo vanificato da se stesso: "Ah, figli, / erano mostri le madri / lente fatalità che si compiono fuori del mondo: / noi non siamo mai esistiti, / la realtà sono queste forme nella sommità dei cieli."

L'unica speranza di vincere la lotta di classe, è superare il concetto classista della Storia: emblematicamente, il volo nello spazio di Jurij Gagarin, a cui Pasolini fa dire immaginariamente "dall'alto dello spazio tutti mi erano fratelli", riporta i drammi del mondo alla loro dimensione di insussistenza contestuale, simile al valore di quelle "mille lire" che per i poveri sono tutta la vita, ma che in realtà non sono nulla. Vista dallo spazio, quest'umanità impegnata nella lotta per la sopravvivenza, è solo lo spettacolo di "miliardi di miseri abbarbicati alla terra come disperati insetti".
Esiste dunque un modo di arrestare il millenario corso della vita offesa, ed è quello di adottare una vista nuova, distante dalle strettoie borghesi del dominio presente quanto Gagarin dalla terra: solo nella rivoluzione dello sguardo sulla realtà il "sogno di una cosa" pasoliniano, il mutamento della tragedia storica in vita, trova la sua possibilità.


VEDI ANCHE . . .





Nessun commento: