lunedì 9 luglio 2018

IL CIRCO (The Circus) - Charlie Chaplin (Charlot)



IL CIRCO

Titolo originale - The Circus
Genere - Comico, drammatico
Regia - Charlie Chaplin
Soggetto - Charlie Chaplin
Sceneggiatura - Charlie Chaplin
Produttore - Charlie Chaplin
Casa di produzione Charles Chaplin Productions
Fotografia - Roland Totheroh
Montaggio - Charlie Chaplin
Musiche - Charlie Chaplin, Eric James, Günter Kochan (1969)
Scenografia - Charles D. Hall
Paese di produzione USA
Anno 1928
Durata 71 minuti
Dati tecnici - Bianco/Nero
Soprascritte in Inglese
Film muto

Interpreti e personaggi

Charlie Chaplin: il vagabondo
Merna Kennedy: la figlia del padrone del circo
Allan Garcia: il padrone del circo
Harry Crocker: Rex l'acrobata
Henry Bergman: clown
John Rand: clown
Armand Triller: clown
Stanley Sandford: capo attrezzista
George Davis: l'illusionista
Betty Morriseey: la donna fantasma
Steve Murphy: il borsaiolo
Bill Knight: il poliziotto
Jack P. Pierce: l'attrezzista alle corde

Premi

Oscar alla carriera nel 1929




TRAMA (Da Wikipedia) - Una tranquilla visita del vagabondo alla fiera rischia di trasformarsi in un mare di guai. Un borsaiolo, vistosi scoperto dalla sua vittima, si disfa della refurtiva nascondendola nelle tasche di un ignaro Charlot. Questi tenta di discolparsi ma poi è costretto a fuggire dai poliziotti, entrando dapprima in un labirinto degli specchi, poi sostituendosi a degli automi, dei quali imita alla perfezione i movimenti meccanici, ed infine irrompendo al centro della pista di un circo durante l'esibizione di un improbabile e maldestro illusionista. Con la propria comparsa e la goffaggine del suo comportamento Charlot provoca le fragorose risate del pubblico, piacevolmente sorpreso dall'improvviso sviluppo comico del numero di magia.
Lo scarso livello qualitativo degli artisti e la conseguente precaria condizione economica del circo suggeriscono al proprietario di assumere l'artefice del ritrovato entusiasmo degli spettatori, cioè Charlot. Egli viene iniziato ai rudimenti dell'arte del clown, ma con risultati assolutamente deludenti e controproducenti che decretano la sua mancata assunzione. L'improvviso sciopero degli inservienti del circo vale il reintegro del vagabondo nell'organico in qualità di attrezzista. In questo modo egli ha l'occasione, involontariamente, di rivelare nuovamente la sua capacità di far ridere il pubblico con il proprio comportamento sconclusionato. Lo scaltro proprietario, accortosi della sua comicità inconsapevole, decide di sfruttare Charlot come buffone per risollevare le sorti del suo circo, ma senza riconoscergli nulla.
Charlot stringe amicizia con la bella figlia del padrone e se ne invaghisce. Sarà la ragazza ad aprirgli gli occhi sulla situazione del suo impiego sottopagato e ad incoraggiarlo a rivendicare dignità e salario. L'arrivo di un nuovo artista, l'equilibrista Rex, e gli sguardi languidi lanciatigli dalla ragazza destano la gelosia del vagabondo che prova ad emulare di nascosto il rivale alla corda sospesa, fin quando non sarà sorpreso dal principale. La disillusione amorosa azzera il potenziale del vagabondo, il cui numero non fa più divertire il pubblico, ma soltanto arrabbiare il padrone.
L'occasione di rivalsa gli si offre quando deve sostituire l'equilibrista, temporaneamente introvabile, nel suo spettacolo alla corda. La sfortuna, l'imperizia e l'accanimento di alcune scimmiette dispettose, che quasi provocano la sua caduta, compromettono la riuscita del numero che il vagabondo aveva furbamente preparato con la complicità di un addetto alla corda, il quale avrebbe dovuto sostenerlo in sicurezza durante le evoluzioni acrobatiche. Il venir meno di questo accorgimento e - soprattutto - un litigio con il principale, decretano definitivamente il licenziamento del vagabondo.
La ragazza, continuamente vessata dal padre, fugge dal circo raggiungendo Charlot il quale, consapevole dei sentimenti di lei, predispone un piano affinché Rex la sposi e la sottragga alle angherie paterne. La condizione perché i due artisti ora sposi riprendano il loro posto nella compagnia del padre di lei, che non può rinunciare alle loro esibizioni, è la riassunzione del vagabondo che, però, declina l'offerta e in solitudine assiste alla partenza dei carrozzoni circensi. Una volta scomparsi all'orizzonte egli si avvia mestamente, ma dignitosamente, incontro ad una nuova avventura.




COMMENTO - Il film si sviluppa su un filo poco omogeneo, frequentemente frammentato, come "un meccanismo frenato" sorto per combinazioni successive, pezzo per pezzo. Tutta la sequenza iniziale (il furto e l'inseguimento nel Luna Park) potrebbe costituire una comica a sé, di tipo keystoniano - così come alla tradizione Keystone appartengono i numerosi gag con gli animali che costellano il film: il mulo che perseguita Charlot; Charlot chiuso nella gabbia del leone; il cane che abbaia svegliando il leone; il gatto che impaurisce Charlot appena sfuggito al pericolo; le scimmie. 
Essi diventano però autentici portatori d'incubo. L'ambiente del circo è un universo assurdo, dominato dall'irrazionale e dalla violenza: irrazionale (gli animali) e violenza (il direttore) sono le facce complementari della stessa mostruosità.
Nella struttura di apparenza tradizionale dei gag è sempre in gioco qualcosa che esce dalla connotazione specifica dei rapporti umani; la stessa lotta per la sopravvivenza, che nel primo incontro con Merna Kennedy restituisce a Charlot la sua misura di egoismo e perciò di umanità, viene successivamente dilatata; nella lunga sequenza sul filo (nel finale) il pericolo assume dimensioni apocalittiche; il filo oscillante e le scimmie si traducono in lancinante (e non più comica) parafrasi della vita, che attraverso il comico viene restituita alla sua naturale tragicità. 
La scelta di Charlot di essere equilibrista, malgrado gli infantili tentativi di proteggersi dai rischi di una caduta disastrosa, diventa immagine virtuale di un suicidio, negazione della vita contenuta in ogni gesto della vita stessa. Forse Chaplin non è mai stato (e non sarà mai più) così pessimista da questo pessimismo nasce la solitudine come orgogliosa vittoria dell'individuo, che lascia che la società (il circo) proceda da sola - non senza dolore, certo, ma con la convinzione che in fondo sia meglio così.
Questo procedere per concetti astratti fa de Il circo (The Circus) una delle opere chapliniane più istintive e immediate, disperate e vaghe, precorritrice di Luci della ribalta e della vittoria (solo in parte mediata dall'ironia) del "cuore" sulla "mente". E non è un caso che, proprio come Luci della ribaltaIl circo sia uno dei film in cui l'autobiografia sia più trasparente. Innanzitutto entrambi sono discorsi sul comico: qui Chaplin ne sottolinea le esigenze di spontaneità (durante le prove Charlot è un disastro, solo nell'improvvisazione di fronte al pubblico riesce a far ridere); poi non deve portare dentro di sé la tristezza, ma usarla come una molla nascosta (il pathos come molla del comico e non come compresenza). 
Entrambi i film hanno come protagonista un attore, con i suoi problemi, il recupero del sentimento come sola forma esternata dell'arte; entrambi si chiudono con una rinuncia, che ha il tono della sconfitta solo in quanto la sconfitta è una misura costante della vita e si può quindi, rovesciando la prospettiva, uscirne paradossalmente vincitori.
Il circo racconta inoltre dell'arrivo di Chaplin negli USA (il circo) e i suoi esordi cinematografici. Egli giustifica se stesso di fronte alle mediocrità imposte da Sennett e si attribuisce il ruolo di rinnovatore del cinema comico americano (il circo torna ai suoi splendori solo grazie alla freschezza delle "trovate" di Charlot). Ma la condizione dell'artista è sempre solitudine e lotta: egli gioca su un filo, aggredito convulsamente da scimmie che vogliono farlo cadere e può salvarsi solo rifiutandosi a chi in fondo non ha saputo accoglierlo. 
Il film nasce probabilmente in un periodo particolare della vita di Chaplin, in cui le vicende sentimentali hanno un peso non trascurabile. L'autobiografismo diventa così autogiustificazione, moto compassionevole verso se stesso e ribellione presuntuosa e sprezzante.
Questo Charlot non ha più molto del piccolo uomo debole e indifeso di altre opere: Chaplin lo trasforma, pur conservandone gli aspetti patetici del perseguitato, del timido, dell'introverso, in una sorta di genio incompreso cui non è riservata quella libertà individuale e quella serie di privilegi che avevano sostenuto i surrealisti in Hands off Love. 
Ma Il circo nasce soprattutto in un momento particolare della storia del cinema, mentre si comincia ad affermare clamorosamente il sonoro. Per il momento Chaplin sembra semplicemente accantonare il problema del nuovo medium ma sia
La febbre dell'oro  che Il circo ribadiscono l'appartenenza del cinema chapliniano al mondo del muto e della pantomima. Si pensi ai disastri compiuti dallo stesso Chaplin nella sonorizzazione di La febbre dell'oro  nel 1942: a parte la musica, spesso eccessiva proprio nei più pericolosi toni patetici, grava sul film la sovrapposizione di un commento parlato del tutto fuori luogo. Un'opera di post-sonorizzazione è di per sé un fatto incongruo, ma è chiaro che uno stile e un linguaggio come quelli di Chaplin non possono accogliere tranquillamente una rivoluzione semantica come quella del sonoro; l'adeguamento e la trasformazione non possono che essere lunghe a maturare, indipendentemente da ogni presa di posizione polemica al riguardo. 


VEDI ANCHE . . .





Nessun commento: